FATTI INCONFUTABILI
(Memorie e appunti)
Oggi primo Gennaio 1899 mi decido a consegnare a questo scartafaccio la descrizione metodica e particolareggiata dei fenomeni straordinari che avvennero e avvengono giornalmente intorno a me.
Essi rappresentano la prova di fatto più convincente della esistenza di forze non ancora venute nel dominio della scienza officiale.
Nihil novi sub sole, e nella storia sacra e profana di tutt’i popoli e di tutt’i secoli si trovano copiosi fatti del genere di quelli che narrerò.
Non intendo dunque di scrivere cose nuove, porto solamente una modesta piccola pietra all’edifizio grandioso dello spiritualismo.
E senza altri preamboli comincio il  racconto di misteriosi avvenimenti.
1.
Come principiarono i fenomeni
Una sera, nello svestirmi per mettermi a letto, percepii, nel grande silenzio che regnava nella mia abitazione, dei rumori quasi impercettibili,  che attribuii a notturni lavori di qualche topolino. Per diverse notti, sempre nel momento di andare a letto, si ripetettero ugualmente senza che nessuno della mia famiglia avesse il menomo sentore di essi. Passarono così diversi giorni, poi quel discreto rosicchio andò man mano accentuandosi fino al punto di rendersi sensibile a tutta la famiglia, e non tardò a cangiarsi in un rumore ben determinato che giunse in breve a produrci tale molestia con la sua persistenza da non farci più chiudere occhio.
Questo fatto portò lo sgomento fra tutti noi. Non sapevamo a quale causa attribuirlo – Ci fu la caccia al topolino, al ratto poi i rumori raggiunsero tale intensità da non potersi attribuire se non a più grossi mammiferi.
2.
La causa occulta dei rumori si manifesta
Per uno spirito
Una sera di quell’anno 1893, quando eravamo già tutti in letto i soliti rumori si organizzarono in modo affatto nuovo, assunsero varie gradazioni e toni differenti; si disciplinarono direi quasi sotto la direzione d’una volontà, e, con la nostra più grande meraviglia, venne fuori un motivo musicale che fu quello della canzonetta popolare:  «Maestro Raffaele».
Da quella notte non ci furono più che canzonette, ballabili, pezzi di musica d’opera eseguiti con mirabile precisione, come potrebbesi fare col battere delle dita sulla pelle tesa d’un tamburo.
—Allora domandai: Chi sei tu? Sei uno spirito?
Fu risposto immediatamente con due colpi consecutivi.
—Così non capisco bene, ripresi, con quale segno deve intendersi il Si.
—Fu risposto con i medesimi due colpi bene accentuati.
—E pel No?
—Furono eseguiti dei rumori striscianti.
Stabilito il Si e il No, tutte le lettere dell’alfabeto ebbero pure il loro numero di colpi convenzionali.
Così fu rotto il ghiaccio e cominciarono le conversazioni con l’Invisibile.
3.
Lo spirito narra la sua storia
« Io ero orfano di genitori e convivevo con una mia sorella maritata. All’età di sei anni appena morii di     « veleno propinatomi da mio cognato, il quale volle impadronirsi della parte di beni a me spettanti: Morì      « pure la sorella mia. Il delitto restò avvolto nel mistero e l’assassino si trova ora in America ».
Chiamavasi Giovanni; il cognome mi è stato sempre occultato; in tutti i suoi discorsi ostentava sentimenti religiosi e si mostrava appassionato della casa di Savoia e di Garibaldi. Dicevasi attaccatissimo alla mia persona e dirigevami talvolta parole ed espressioni molto affettuose. Però spesso cadeva in un linguaggio volgare, in parole sconvenienti e faceva rumori assordanti per non farmi dormire. Bisognava allora gire con grande prudenza e con le buone giungevo a farlo zittire.
4.
I nostri buoni rapporti si alterano
Una sera redarguii i miei due figlioli per non so quale causa e Giovanni con i suoi soliti colpi accennò di voler parlare e sempre col solito metodo improvvisò una lunga filastrocca in loro favore, tacciando me di troppa severità.
Un poco indispettito, un poco ridendomela sotto i baffi risposi per le rime, dicendogli ch’egli era un intrigante e che in casa mia non tolleravo nessuna specie di factotum; a me solo incombeva la educazione dei miei figli.
Egli rispose: «Signore, sappiate ch’io non sono né un intrigante, né un factotum – A rivederci ».
*
**
Un’altra volta pure prese il broncio, non ricordo bene per quale ragione e stesse tre sere senza farsi sentire. Alla quarta sera cominciarono i soliti rumori annunzianti sempre la sua venuta.
—Sei tu Giovannino? Domandai.
—No.
—E chi sei dunque?
—Antonio,
Chi Antonio?
Allora il nuovo arrivato narrò di aver esercitato il mestiere di fornaio ed essere stato nell’ergastolo per aver ucciso la figlia.
—Vieni con piacere in casa mia?
—No.
—E perché ci vieni; chi ti ha pregato?
—Son comandato.
—Ma dimmi, sei tu un cattivo spirito?
—Si.
—Esci, dunque di casa mia, gridai, te lo comando in nome di Dio!
Non appena pronunziate queste parole, tremo ancora nel raccontarlo, sentimmo nella camera un fischio tremendo e prolungato che andò man mano dileguandosi per le altre stanze. Poi, dopo un profondo silenzio, altri rumori debolissimi.
Terrorizzato, con la fronte umettata di freddo sudore, ripetetti:
—Sei ancora qui, in nome di Dio esci da casa mia!
Un secondo fischio, ma più debole del primo, si fece sentire, poi tutto ritornò in silenzio.
5.
Mi si fa una proposta
Dopo parecchie sere d’assenza, eccoti di bel nuovo Giovannino, che tutto umile e contrito si annunzia con discreti rumori.
Suonò poi a varie riprese l’inno reale, quello di Garibaldi, imitò la sega che stride, la pialla che striscia, le detonazioni d’un fuoco d’artificio: fu educato e compiacente, infine fu conchiusa la pace e non si parlò più del passato.
Una notte, dopo i complimenti di rito, disse ad un tratto:
—Comparisco?
Confesso che questa domanda scaricatami così a brucia pelo mi scombussolò alquanto.
—Amico mio, risposi, mia moglie, come vedi, è sofferente; i miei figliuoli, sono timidi all’eccesso, anche io ….. ho un certo reuma, se ti pare, se ne parlerà un’altra volta, anzi io stesso te lo dirò.
Avendomi in seguito per più sere fatta la medesima esibizione, io una notte seccato gli dissi:
—Comparisci!
Egli mi rispose:
—Se comparisco avrai paura.
—Allora, non comparire — soggiungo.
Non se ne parlò più.
*
**
Una bella sera, una mia cognata, venuta a passare qualche giorno con noi, e ch’era perfettamente ignara delle strane avventure di casa mia, nell’entrare, senza lume in una stanza del mio appartamento, vide un bel ragazzetto che le veniva incontro. Sapendo di non esserci bambini in casa non fu poco spaventata, scappò e ne parlò a mia moglie, la quale la rassicurò dicendole di essere stata vittima di una allucinazione.
*
**
Seguitarono le visite di Giovannino, ma sempre più di rado, fino al 24 aprile 1898, epoca in cui passai alla novella abitazione al Vico lungo Trinità degli Spagnoli N.28.
Prima di sloggiare egli dissemi che gli era vietato di poter venire nella nuova casa e che ritornava nello spazio.
Però, nella nuova casa che abito, verso maggio 1893 è venuto per due volte ancora, annunziandosi con leggieri colpi e con alcune battute dell’inno reale, ma senza più appiccare discorsi.
6.
Straordinarie avventure di una tabacchiera.
Si era nell’estate del 1897, nel dopo pranzo soleva sdraiarmi in una sedia a braccioli, accosto ad un ampio balcone. In quella comoda positura, talora leggendo qualche giornale, tal’altra lasciando errare il mio sguardo sul bell’orizzonte e nel giardino a me sottoposto, passavo qualche ora tranquillamente. Al mio fianco sinistro ponevo l’indivisibile compagna di tutt’i giorni, di tutte le ore della mia vita: una tabacchiera di corno di bufalo nero, bella e lucente, sempre ripiena di ottimo leccese di scatola.
Quella sera erano circa le 8 ore p.m. quando per l’aria fattasi scura, dovetti cessare la mia lettura. Levatomi da sedere accesi un lume e ritornai alla sedia per riprendere la mia tabacchiera e il fazzoletto. Con mia grande sorpresa questo trovo al posto suo e quella no!
Comincio allora, col lume in mano lunghe e pazienti ricerche sopra tutte le sedie, sopra tutt’i mobili, sul pavimento, in tutt’i più remoti ripostigli di quella stanza. Ma invano. La tabacchiera era proprio sparita. Posi l’animo in pace e per quella sera mi servii di un’altra scatola da tabacco che tenevo in riserva.
L’indomani la mia domestica spazzò e rassettò la stanza come al solito. Se la tabacchiera si fosse trovata in qualche punto della stanza ella non avrebbe mancato di consegnarla a mia moglie.
Nel dopo pranzo, come al solito, mi sdraiai nella poltrona. Oscuratasi l’aria, mi alzai, accesi il lume. In quel momento preciso (anche alle ore 8 p.m.) subii come un impulso di guardare sulla poltrona e veggo con maraviglia, la mia tabacchiera, proprio al centro del cuscino, dove pochi momenti prima ero seduto!
Tanto nel primo, quanto nel secondo giorno in casa eravamo io e mia moglie, perché i miei due figli, in quella ora, erano sempre fuori di casa, come pure la domestica.
*
**
Un’altra volta, in condizioni diverse dalla precedente mi fu rapito il medesimo oggetto e lo ritrovai sulla gabbia del canarino.
Sparì una terza volta e lo rinvenni presso una lampada accesa davanti ad un’immagine sacra.
Questa volta nel riprendere la mia diletta tabacchiera, mi accorsi ch’era d’una temperatura piuttosto tiepida e dicevo a mia moglie, ch’era sente alla scena: — guarda com’è calda!
Un sonoro sberleffo di quelli che comunemente, in Napoli, si chiamano vernacchi scrosciò impertinentemente nella stanza attigua. Guardai mia moglie che rideva sgangheratamente, e, tra la mortificazione e la maraviglia, annasai una presa di tabacco!
7.
Altri giuochi di bussolotti
Una sera nel prendere un paio di mutande riposte nel fodero  di una colonnetta trovai nove pezzi da 10 centesimi. Non palesai la cosa a chicchessia. Durante la notte mi svegliai e volli accertarmi se i soldi si trovassero sempre a posto. Erano sempre li.
Ecco un esperimento che mi va a sangue, pensai. Purché il fenomeno duri per un pezzo e si accentui, beninteso!
Chiusi il tiretto e mi ricacciai sotto le coltri …. Ma dopo mature riflessioni pensai d’impadronirmi delle monete. Così feci, ma, o delusione! Non trovai più nulla. Erano spariti !!!
Le fate della leggenda almena ponevano nel posto del denaro un mucchio di foglie secche o di ciottoline. Nel caso mio non si ebbe neppure questa elementare cortesia.
*
**
Un giorno, una bottiglia di cristallo da un litro piena d’acqua, in un baleno, mi si crepo nella mano destra, restandomi tra le dita il solo collo. Istintivamente guardai subito i miei calzoni e le mie scarpe, credendo d’essermi bagnato per bene; ma neppure una goccia dell’acqua, che s’era sparsa in tutte le direzioni, aveva toccata la mia persona.
Il collo della bottiglia presentava la seguente rottura.
*
**
Mia moglie possedeva un oggetto a lei oltremodo caro: era la fotografia di un bimbo a nome Roberto, morto all’età di dieci mesi. Questa fotografia insieme a moltissime altre figurava in un grande scudo di velluto bleu.
Un giorno il ritratto del caro bambino scomparve. La povera madre, molto addolorata del fatto, tolse ad una ad una tutte le fotografie dallo scudo senza trovare quella desiderata. Nel dopo pranzo fu ripetuta la ricerca, sempre con esito infruttuoso.
Venne la notte — Mentre eravamo tutti coricati eccoti lo spirito.
—Toc… Toc… Toc…
—Sei tu Giovannino?
—Si.
—Sapresti dirmi dove trovasi il ritratto di Roberto?
—Si trova sullo scudo.
—Sbagli — Li non c’è nulla: abbiamo visto più di cinquanta volte.
—Va a vedere
—No, mi rincresce di levarmi dal letto, se ne parlerà domani.
—Va.
—T’ho detto non voglio levarmi, fa freddo!
E qui rumori assordanti, colpi da orbo, fracasso indescrivibile perché io fossi andato.
Per tagliar corto, il monellaccio non mi avrebbe più fatto dormire, scendo dal letto, infilo i calzoni, con pazienza da Giobbe, accendo un lume e passo nel salottino. Mi avvicino allo scudo bleu, sollevo la mano per ……. Tutte le fotografie cadono sul pavimento. Una sola resta attaccata al porta ritratti; era quella del mio bambino — la fotografia cercata da mia moglie!
*
**
Era un venerdì dell’estate 1897 — nella camera da letto ardeva una lampada dinanzi una immagine statuaria dell’Addolorata. A passo lento andavo su e giù per la camera, meditando e fiutando tratto tratto qualche presa di tabacco. Fui chiamato da mia moglie e da mio figlio Giovanni, che si trovavano al balcone del salottino a godersi la bella serata. Andai ad essi e mi trattenni un poco. Nel rientrare tutt’i e tre assieme nella camera da letto, vidi innanzi alla lampada un oggetto che a bella prima mi sembrò una pera. Richiamata l’attenzione dei miei ci avvicinammo tutti, ed oh, meraviglia! Era una trottola.
*
**
Un’altra sera si era tutti a letto e ce la discorrevamo famigliarmente con quell’ospite invisibile di casa mia.
Ad un tratto sentii tra il lenzuolo e le carni qualche cosa che davami molestia. Posi la mano e trovai un pezzettino di carta piegata in quattro con dello scritto. Scesi dal letto, mi avvicinai alla lampada e lessi:
« caro papà, ti ho contentato; ti ho fatto pigliare un ambo (aveva infatti giocato e vinto cinque lire al lotto). Piano, piano ti aiuterò.»
C…..
Quel villanzone si firmava con un vocabolo assai poco parlamentare!
Che farci?
Avea però talvolta delle idee molto gentili, come si vedrà dal seguente racconto.
*
**
Una sera si presenta battendo l’inno reale.
—Che c’è, sei allegro?
—Si.
—Perché?
—Ti ho portato una bella cosa.
—Davvero?
—Si, alzati e va.
—Dove?
—Salottino, sotto orologio, troverai.
—Che cosa?
—Va.
La curiosità vinse ogni ripugnanza a lasciare le calde piume; mi alzai ed andai a guardare nel posto indicato.
Sotto il piedistallo d’un orologio da mensola si trovavano quattro biscotti all’anice freschissimi quasi caldi. Meravigliato li presi e ritornai.
Nel penetrare in camera fui accolto dall’inno reale battuto con colpi formidabili e rimbombanti.
Ho trovato dei biscotti, dissi, alla mia famiglia, che attendeva con grande curiosità, e, dirigendo la parola all’Incognito « Grazie tante » aggiunsi.
—Non c’è di che; mangiateli. —Fu la risposta.
Distribuii tre dei biscotti a mia moglie ed ai miei figli e conservai il quarto.
—Mangia anche tu.
—No, grazie, lo mangerò domani.
—Mangialo adesso.
—No, mi farei male.
—Si, con colpi assordanti alle pareti.
Bisognò mangiarlo pro bona pace!
NOTE
1. Tutta la mia famiglia dormiva in una stessa camera, larga metri 5 x 6. La ragione di ciò, perché mia moglie amava avere sotto gli occhi i figli, e perché questi non sapevano dormire in camera appartata.
2. Durante il corso del giorno, mia moglie, stando sola, ha sempre sentito un calpestio, un correre all’intorno di una tavola,  rumori degli oggetti di cristallo e porcellana .. posti sui mobili, come se si fossero urtati e caduti a terra.
3. Lo spirito si presentava sempre quando tutti eravamo a letto. Se poi il mio primogenito si coricava dopo gli altri aveano preso sonno, non si presentava.
Quando nell’istessa camera da letto dormiva persona estranea, anche parente, lo spirito mai si presentava. Infatti mia suocera, che, durante un paio di mesi passati con noi, dormiva nella istessa nostra camera da letto, perché inferma, lo spirito non si è mai presentato.
4. I rumori prodotti dallo spirito, assordanti che fossero, erano percepiti sempre solamente dalla mia famiglia e non da altri: un mio fratello germano, che dormiva in una stanzetta attigua alla nostra, mai ha avvertito nulla.
5. Avveniva tal volta che le battute di musica eseguite dallo spirito, da alcuni della famiglia erano percepiti e da altri no, e viceversa.
6. S’io parlava alla sordina e a  fior di labbra, era benissimo capito dallo spirito, che mi rispondeva adeguatamente.
———————————
La sera del 6 settembre 1898, stando a letto, con gli occhi chiusi, ma perfettamente sveglio, vidi una magnifica testa, molto somigliante a quella di un Cristo.
Ricordo di averne viste altre prima e dopo il 6 settembre detto, ma non curai di prenderne nota, perché non ci annetteva alcuna importanza, la su detta figura la disegnai perché mi fece grande impressione.
Convinto in seguito che non tratta vasi più di un fenomeno ottico, cominciai a registrare metodicamente tutte le visioni, come rilevasi dal 22 novembre 1898 in poi di queste mie note.
(Continua)
O.C.
FATTI INCONFUTABILI
(Memorie e appunti)
Oggi primo Gennaio 1899 mi decido a consegnare a questo scartafaccio la descrizione metodica e particolareggiata dei fenomeni straordinari che avvennero e avvengono giornalmente intorno a me.
Essi rappresentano la prova di fatto più convincente della esistenza di forze non ancora venute nel dominio della scienza officiale.
Nihil novi sub sole, e nella storia sacra e profana di tutt’i popoli e di tutt’i secoli si trovano copiosi fatti del genere di quelli che narrerò.
Non intendo dunque di scrivere cose nuove, porto solamente una modesta piccola pietra all’edifizio grandioso dello spiritualismo.
E senza altri preamboli comincio il  racconto di misteriosi avvenimenti.
1.
Come principiarono i fenomeni
Una sera, nello svestirmi per mettermi a letto, percepii, nel grande silenzio che regnava nella mia abitazione, dei rumori quasi impercettibili,  che attribuii a notturni lavori di qualche topolino. Per diverse notti, sempre nel momento di andare a letto, si ripetettero ugualmente senza che nessuno della mia famiglia avesse il menomo sentore di essi. Passarono così diversi giorni, poi quel discreto rosicchio andò man mano accentuandosi fino al punto di rendersi sensibile a tutta la famiglia, e non tardò a cangiarsi in un rumore ben determinato che giunse in breve a produrci tale molestia con la sua persistenza da non farci più chiudere occhio.
Questo fatto portò lo sgomento fra tutti noi. Non sapevamo a quale causa attribuirlo – Ci fu la caccia al topolino, al ratto poi i rumori raggiunsero tale intensità da non potersi attribuire se non a più grossi mammiferi.
2.
La causa occulta dei rumori si manifesta
Per uno spirito
Una sera di quell’anno 1893, quando eravamo già tutti in letto i soliti rumori si organizzarono in modo affatto nuovo, assunsero varie gradazioni e toni differenti; si disciplinarono direi quasi sotto la direzione d’una volontà, e, con la nostra più grande meraviglia, venne fuori un motivo musicale che fu quello della canzonetta popolare:  «Maestro Raffaele».
Da quella notte non ci furono più che canzonette, ballabili, pezzi di musica d’opera eseguiti con mirabile precisione, come potrebbesi fare col battere delle dita sulla pelle tesa d’un tamburo.
—Allora domandai: Chi sei tu? Sei uno spirito?
Fu risposto immediatamente con due colpi consecutivi.
—Così non capisco bene, ripresi, con quale segno deve intendersi il Si.
—Fu risposto con i medesimi due colpi bene accentuati.
—E pel No?
—Furono eseguiti dei rumori striscianti.
Stabilito il Si e il No, tutte le lettere dell’alfabeto ebbero pure il loro numero di colpi convenzionali.
Così fu rotto il ghiaccio e cominciarono le conversazioni con l’Invisibile.
3.
Lo spirito narra la sua storia
« Io ero orfano di genitori e convivevo con una mia sorella maritata. All’età di sei anni appena morii di     « veleno propinatomi da mio cognato, il quale volle impadronirsi della parte di beni a me spettanti: Morì      « pure la sorella mia. Il delitto restò avvolto nel mistero e l’assassino si trova ora in America ».
Chiamavasi Giovanni; il cognome mi è stato sempre occultato; in tutti i suoi discorsi ostentava sentimenti religiosi e si mostrava appassionato della casa di Savoia e di Garibaldi. Dicevasi attaccatissimo alla mia persona e dirigevami talvolta parole ed espressioni molto affettuose. Però spesso cadeva in un linguaggio volgare, in parole sconvenienti e faceva rumori assordanti per non farmi dormire. Bisognava allora gire con grande prudenza e con le buone giungevo a farlo zittire.
4.
I nostri buoni rapporti si alterano
Una sera redarguii i miei due figlioli per non so quale causa e Giovanni con i suoi soliti colpi accennò di voler parlare e sempre col solito metodo improvvisò una lunga filastrocca in loro favore, tacciando me di troppa severità.
Un poco indispettito, un poco ridendomela sotto i baffi risposi per le rime, dicendogli ch’egli era un intrigante e che in casa mia non tolleravo nessuna specie di factotum; a me solo incombeva la educazione dei miei figli.
Egli rispose: «Signore, sappiate ch’io non sono né un intrigante, né un factotum – A rivederci ».
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Un’altra volta pure prese il broncio, non ricordo bene per quale ragione e stesse tre sere senza farsi sentire. Alla quarta sera cominciarono i soliti rumori annunzianti sempre la sua venuta.
—Sei tu Giovannino? Domandai.
—No.
—E chi sei dunque?
—Antonio,
Chi Antonio?
Allora il nuovo arrivato narrò di aver esercitato il mestiere di fornaio ed essere stato nell’ergastolo per aver ucciso la figlia.
—Vieni con piacere in casa mia?
—No.
—E perché ci vieni; chi ti ha pregato?
—Son comandato.
—Ma dimmi, sei tu un cattivo spirito?
—Si.
—Esci, dunque di casa mia, gridai, te lo comando in nome di Dio!
Non appena pronunziate queste parole, tremo ancora nel raccontarlo, sentimmo nella camera un fischio tremendo e prolungato che andò man mano dileguandosi per le altre stanze. Poi, dopo un profondo silenzio, altri rumori debolissimi.
Terrorizzato, con la fronte umettata di freddo sudore, ripetetti:
—Sei ancora qui, in nome di Dio esci da casa mia!
Un secondo fischio, ma più debole del primo, si fece sentire, poi tutto ritornò in silenzio.
5.
Mi si fa una proposta
Dopo parecchie sere d’assenza, eccoti di bel nuovo Giovannino, che tutto umile e contrito si annunzia con discreti rumori.
Suonò poi a varie riprese l’inno reale, quello di Garibaldi, imitò la sega che stride, la pialla che striscia, le detonazioni d’un fuoco d’artificio: fu educato e compiacente, infine fu conchiusa la pace e non si parlò più del passato.
Una notte, dopo i complimenti di rito, disse ad un tratto:
—Comparisco?
Confesso che questa domanda scaricatami così a brucia pelo mi scombussolò alquanto.
—Amico mio, risposi, mia moglie, come vedi, è sofferente; i miei figliuoli, sono timidi all’eccesso, anche io ….. ho un certo reuma, se ti pare, se ne parlerà un’altra volta, anzi io stesso te lo dirò.
Avendomi in seguito per più sere fatta la medesima esibizione, io una notte seccato gli dissi:
—Comparisci!
Egli mi rispose:
—Se comparisco avrai paura.
—Allora, non comparire — soggiungo.
Non se ne parlò più.
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Una bella sera, una mia cognata, venuta a passare qualche giorno con noi, e ch’era perfettamente ignara delle strane avventure di casa mia, nell’entrare, senza lume in una stanza del mio appartamento, vide un bel ragazzetto che le veniva incontro. Sapendo di non esserci bambini in casa non fu poco spaventata, scappò e ne parlò a mia moglie, la quale la rassicurò dicendole di essere stata vittima di una allucinazione.
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Seguitarono le visite di Giovannino, ma sempre più di rado, fino al 24 aprile 1898, epoca in cui passai alla novella abitazione al Vico lungo Trinità degli Spagnoli N.28.
Prima di sloggiare egli dissemi che gli era vietato di poter venire nella nuova casa e che ritornava nello spazio.
Però, nella nuova casa che abito, verso maggio 1893 è venuto per due volte ancora, annunziandosi con leggieri colpi e con alcune battute dell’inno reale, ma senza più appiccare discorsi.
6.
Straordinarie avventure di una tabacchiera.
Si era nell’estate del 1897, nel dopo pranzo soleva sdraiarmi in una sedia a braccioli, accosto ad un ampio balcone. In quella comoda positura, talora leggendo qualche giornale, tal’altra lasciando errare il mio sguardo sul bell’orizzonte e nel giardino a me sottoposto, passavo qualche ora tranquillamente. Al mio fianco sinistro ponevo l’indivisibile compagna di tutt’i giorni, di tutte le ore della mia vita: una tabacchiera di corno di bufalo nero, bella e lucente, sempre ripiena di ottimo leccese di scatola.
Quella sera erano circa le 8 ore p.m. quando per l’aria fattasi scura, dovetti cessare la mia lettura. Levatomi da sedere accesi un lume e ritornai alla sedia per riprendere la mia tabacchiera e il fazzoletto. Con mia grande sorpresa questo trovo al posto suo e quella no!
Comincio allora, col lume in mano lunghe e pazienti ricerche sopra tutte le sedie, sopra tutt’i mobili, sul pavimento, in tutt’i più remoti ripostigli di quella stanza. Ma invano. La tabacchiera era proprio sparita. Posi l’animo in pace e per quella sera mi servii di un’altra scatola da tabacco che tenevo in riserva.
L’indomani la mia domestica spazzò e rassettò la stanza come al solito. Se la tabacchiera si fosse trovata in qualche punto della stanza ella non avrebbe mancato di consegnarla a mia moglie.
Nel dopo pranzo, come al solito, mi sdraiai nella poltrona. Oscuratasi l’aria, mi alzai, accesi il lume. In quel momento preciso (anche alle ore 8 p.m.) subii come un impulso di guardare sulla poltrona e veggo con maraviglia, la mia tabacchiera, proprio al centro del cuscino, dove pochi momenti prima ero seduto!
Tanto nel primo, quanto nel secondo giorno in casa eravamo io e mia moglie, perché i miei due figli, in quella ora, erano sempre fuori di casa, come pure la domestica.
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Un’altra volta, in condizioni diverse dalla precedente mi fu rapito il medesimo oggetto e lo ritrovai sulla gabbia del canarino.
Sparì una terza volta e lo rinvenni presso una lampada accesa davanti ad un’immagine sacra.
Questa volta nel riprendere la mia diletta tabacchiera, mi accorsi ch’era d’una temperatura piuttosto tiepida e dicevo a mia moglie, ch’era sente alla scena: — guarda com’è calda!
Un sonoro sberleffo di quelli che comunemente, in Napoli, si chiamano vernacchi scrosciò impertinentemente nella stanza attigua. Guardai mia moglie che rideva sgangheratamente, e, tra la mortificazione e la maraviglia, annasai una presa di tabacco!
7.
Altri giuochi di bussolotti
Una sera nel prendere un paio di mutande riposte nel fodero  di una colonnetta trovai nove pezzi da 10 centesimi. Non palesai la cosa a chicchessia. Durante la notte mi svegliai e volli accertarmi se i soldi si trovassero sempre a posto. Erano sempre li.
Ecco un esperimento che mi va a sangue, pensai. Purché il fenomeno duri per un pezzo e si accentui, beninteso!
Chiusi il tiretto e mi ricacciai sotto le coltri …. Ma dopo mature riflessioni pensai d’impadronirmi delle monete. Così feci, ma, o delusione! Non trovai più nulla. Erano spariti !!!
Le fate della leggenda almena ponevano nel posto del denaro un mucchio di foglie secche o di ciottoline. Nel caso mio non si ebbe neppure questa elementare cortesia.
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Un giorno, una bottiglia di cristallo da un litro piena d’acqua, in un baleno, mi si crepo nella mano destra, restandomi tra le dita il solo collo. Istintivamente guardai subito i miei calzoni e le mie scarpe, credendo d’essermi bagnato per bene; ma neppure una goccia dell’acqua, che s’era sparsa in tutte le direzioni, aveva toccata la mia persona.
Il collo della bottiglia presentava la seguente rottura.
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Mia moglie possedeva un oggetto a lei oltremodo caro: era la fotografia di un bimbo a nome Roberto, morto all’età di dieci mesi. Questa fotografia insieme a moltissime altre figurava in un grande scudo di velluto bleu.
Un giorno il ritratto del caro bambino scomparve. La povera madre, molto addolorata del fatto, tolse ad una ad una tutte le fotografie dallo scudo senza trovare quella desiderata. Nel dopo pranzo fu ripetuta la ricerca, sempre con esito infruttuoso.
Venne la notte — Mentre eravamo tutti coricati eccoti lo spirito.
—Toc… Toc… Toc…
—Sei tu Giovannino?
—Si.
—Sapresti dirmi dove trovasi il ritratto di Roberto?
—Si trova sullo scudo.
—Sbagli — Li non c’è nulla: abbiamo visto più di cinquanta volte.
—Va a vedere
—No, mi rincresce di levarmi dal letto, se ne parlerà domani.
—Va.
—T’ho detto non voglio levarmi, fa freddo!
E qui rumori assordanti, colpi da orbo, fracasso indescrivibile perché io fossi andato.
Per tagliar corto, il monellaccio non mi avrebbe più fatto dormire, scendo dal letto, infilo i calzoni, con pazienza da Giobbe, accendo un lume e passo nel salottino. Mi avvicino allo scudo bleu, sollevo la mano per ……. Tutte le fotografie cadono sul pavimento. Una sola resta attaccata al porta ritratti; era quella del mio bambino — la fotografia cercata da mia moglie!
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Era un venerdì dell’estate 1897 — nella camera da letto ardeva una lampada dinanzi una immagine statuaria dell’Addolorata. A passo lento andavo su e giù per la camera, meditando e fiutando tratto tratto qualche presa di tabacco. Fui chiamato da mia moglie e da mio figlio Giovanni, che si trovavano al balcone del salottino a godersi la bella serata. Andai ad essi e mi trattenni un poco. Nel rientrare tutt’i e tre assieme nella camera da letto, vidi innanzi alla lampada un oggetto che a bella prima mi sembrò una pera. Richiamata l’attenzione dei miei ci avvicinammo tutti, ed oh, meraviglia! Era una trottola.
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Un’altra sera si era tutti a letto e ce la discorrevamo famigliarmente con quell’ospite invisibile di casa mia.
Ad un tratto sentii tra il lenzuolo e le carni qualche cosa che davami molestia. Posi la mano e trovai un pezzettino di carta piegata in quattro con dello scritto. Scesi dal letto, mi avvicinai alla lampada e lessi:
« caro papà, ti ho contentato; ti ho fatto pigliare un ambo (aveva infatti giocato e vinto cinque lire al lotto). Piano, piano ti aiuterò.»
C…..
Quel villanzone si firmava con un vocabolo assai poco parlamentare!
Che farci?
Avea però talvolta delle idee molto gentili, come si vedrà dal seguente racconto.
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Una sera si presenta battendo l’inno reale.
—Che c’è, sei allegro?
—Si.
—Perché?
—Ti ho portato una bella cosa.
—Davvero?
—Si, alzati e va.
—Dove?
—Salottino, sotto orologio, troverai.
—Che cosa?
—Va.
La curiosità vinse ogni ripugnanza a lasciare le calde piume; mi alzai ed andai a guardare nel posto indicato.
Sotto il piedistallo d’un orologio da mensola si trovavano quattro biscotti all’anice freschissimi quasi caldi. Meravigliato li presi e ritornai.
Nel penetrare in camera fui accolto dall’inno reale battuto con colpi formidabili e rimbombanti.
Ho trovato dei biscotti, dissi, alla mia famiglia, che attendeva con grande curiosità, e, dirigendo la parola all’Incognito « Grazie tante » aggiunsi.
—Non c’è di che; mangiateli. —Fu la risposta.
Distribuii tre dei biscotti a mia moglie ed ai miei figli e conservai il quarto.
—Mangia anche tu.
—No, grazie, lo mangerò domani.
—Mangialo adesso.
—No, mi farei male.
—Si, con colpi assordanti alle pareti.
Bisognò mangiarlo pro bona pace!
NOTE
1. Tutta la mia famiglia dormiva in una stessa camera, larga metri 5 x 6. La ragione di ciò, perché mia moglie amava avere sotto gli occhi i figli, e perché questi non sapevano dormire in camera appartata.
2. Durante il corso del giorno, mia moglie, stando sola, ha sempre sentito un calpestio, un correre all’intorno di una tavola,  rumori degli oggetti di cristallo e porcellana .. posti sui mobili, come se si fossero urtati e caduti a terra.
3. Lo spirito si presentava sempre quando tutti eravamo a letto. Se poi il mio primogenito si coricava dopo gli altri aveano preso sonno, non si presentava.
Quando nell’istessa camera da letto dormiva persona estranea, anche parente, lo spirito mai si presentava. Infatti mia suocera, che, durante un paio di mesi passati con noi, dormiva nella istessa nostra camera da letto, perché inferma, lo spirito non si è mai presentato.
4. I rumori prodotti dallo spirito, assordanti che fossero, erano percepiti sempre solamente dalla mia famiglia e non da altri: un mio fratello germano, che dormiva in una stanzetta attigua alla nostra, mai ha avvertito nulla.
5. Avveniva tal volta che le battute di musica eseguite dallo spirito, da alcuni della famiglia erano percepiti e da altri no, e viceversa.
6. S’io parlava alla sordina e a  fior di labbra, era benissimo capito dallo spirito, che mi rispondeva adeguatamente.
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La sera del 6 settembre 1898, stando a letto, con gli occhi chiusi, ma perfettamente sveglio, vidi una magnifica testa, molto somigliante a quella di un Cristo.
Ricordo di averne viste altre prima e dopo il 6 settembre detto, ma non curai di prenderne nota, perché non ci annetteva alcuna importanza, la su detta figura la disegnai perché mi fece grande impressione.
Convinto in seguito che non tratta vasi più di un fenomeno ottico, cominciai a registrare metodicamente tutte le visioni, come rilevasi dal 22 novembre 1898 in poi di queste mie note.
(Continua)
O.C.

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