In queste pagine è stato ripetutamente rilevato che l’insegnamento esoterico ha, come la sua stessa tradizione, un carattere non – umano e che esso si giustifica unicamente dal punto di vista realtà , non da quello delle credenze, dei valori e dei sentimenti umani. Ciò malgrado, nelle correnti e nei gruppi che oggi vorrebbero più o meno rifarsi all’esoterismo sono presenti quasi sempre delle confusioni, tali da pregiudicare appunto il carattere di trascendenza di quell’insegnamento. Di tali confusioni una delle più deprecabili è sicuramente quella di chi si rifà al moralismo, col tentativo di far valere l’esigenza moralistica del dominio della pura spiritualità. Da qui il parlare dei vari « colori » (bianco, nero o grigio) della magia e di egoismo e di altruismo nel sentiero iniziatico; da qui l’introduzione delle fisime del « progresso » e del « evoluzione » nel campo esoterico e, infine, la creazione di un figurino ad hoc del « vero » iniziatico, che dovrebbe esser umanitario, apostolo della fratellanza universale, possibilmente vegetariano, femminista, pacifista e, forz’anche, membro della « Società per la protezione degli animali » e della « Lega per la protezione della giovane » non meno che della così detta « Loggia bianca ».

Ma anche senza aggiungere fino a tal segno, e là dove non si tratta di moralismo, bensì di morale e di etica, persistono delle confusioni, che qui sarà bene segnalare . In genere si assiste ad una inversione caratteristica; si pretende di giudicare l’esoterismo con la morale, laddove, se qualcosa del genere deve aver luogo, è solo l’opposto che è legittimo: è l’esoterismo, quale punto di vista sopraordinato, che deve giudicare della morale, indicarne il significato, fissare i limiti della sua validità.

Per prima cosa, bisogna rilevare che nel mondo antico tradizionale, il quale nell’esoterismo ebbe sempre il suo centro, una «morale» come oggi la si concepisce era inesistente; è cosa nota alla stessa storiografia profana di oggi che la legge antica non veniva seguita perché «buona» o «utile», ma unicamente perché legge divina. Non il bene e il male, l’utile e il dannoso nel semplice riferimento alla vita consociata, ma il suo esser dall’alto costituiva il fondamento della legge e ciò che ad essa conferiva un carattere assoluto. E, come era «dall’alto», così la legge tradizionale era anche «verso l’alto»; il suo fine era un certo collegamento del singolo ad un ordine trascendente e per ciò stesso non-umano. Opportunamente è stato dunque rilevato che «il precetto di fare o non fare una certa cosa, al quale alcuni obbediscono per ragioni morali, può esser parimenti osservato da altri per ragioni affatto differenti», quindi anche seguendo una diversa intenzione. Questa intenzione, in genere, era il conferire un carattere di rito all’azione e alla vita. Su di un piano più alto, valevano poi delle precise ragioni tecniche, di cui più giù diremo.

Tutto ciò nei tempi successivi è andato perduto per via di quella umanizzazione che caratterizza il corso più recente della storia. Così si è costituita una «morale» come dominio a sé, che però come tale doveva esser destituita da ogni giustificazione profonda e da ogni assolutezza; e questa involuzione si verificò nello stesso ambito delle religioni positive e specie nel cristianesimo, tanto che, invertendo i rapporti, il punto di vista morale vi predominò e si poté vedere nella religione un semplice sostegno per la morale, mentre nel mondo profano si doveva finire necessariamente nel relativismo e nel sentimentalismo e fondare la condotta del singolo con la mera convenienza pratica che egli ha nel rispettare le norme particolari in vigore in una data società e in un dato clima storico: donde lo sbocco nel conformismo e nell’utilitarismo.

Dopo aver accennato rapidamente a tutto ciò, vediamo come le cose si presentano dal punto di vista dell’esoterismo. L’esoterismo ha per base la conoscenza; questa, nel caso presente, verte sulla cosi detta legge delle azioni e delle reazioni concordanti, cioè su di un insieme di rapporti causali che, per riguardare un dominio sottile e per non svilupparsi sempre in modo tangibile e semplice nello spazio e nel tempo, non per questo cessano di avere lo stesso carattere impersonale delle leggi dei fenomeni fisici. Ciò posto, dal nostro punto di vista, l’uomo, va trattato come uomo, ossia come un essere capace di guidarsi con il suo giudizio e di prendere su sé la responsabilità di quello che fa, senza bisogno di spauracchi, di precetti e di suggestioni. Una volta indicate le leggi, in virtù delle quali quando uno fa questo, gli succederà questo, e quando fa quest’altro, ciò che egli deve attendersi sarà quest’altro, ognuno può regolarsi come meglio crede; egli non raccoglierà che il frutto delle sue azioni – per azioni intendendosi naturalmente non solo l’atto materiale, ma anche ogni atto dello spirito, ogni sentimento, ogni identificazione.

Il venir bruciati non è una «punizione» del carattere «malvagio» proprio all’atto di avvicinare la mano ad una fiamma, ma la conseguenza prevedibile di una legge naturale; un essere è libero di bruciarsi la mano o meno, egli è arbitro di dar luogo o meno a certe reazioni, che egli, agendo in un dato modo, può destare sia nel campo umano (individuale e collettivo), sia in quello occulto. Nell’un caso come nell’altro un esoterista si asterrà dall’usare le parole «bene» e «male» e considererà con uno stesso sguardo gli esseri, sia che la loro azione li spinga verso le regioni superiori, sia che essa invece li conduca in quelle infere del mondo manifestato.

La sfera «morale» non gli vale che come un caso particolare di quella naturale (in esso vasto) ed egli – ripetiamolo – la considera secondo lo stesso carattere di impersonalità propria a quest’ultima.

Solo così si acquista chiarezza di sguardo e solo cosi si tratta il singolo come un adulto, non come un bambino che, per non avere né la conoscenza ne il discernimento, ha bisogno di essere guidato dall’esterno mediante espedienti vari, i quali nel campo della morale vanno a corrispondere appunto al «bene» e al «male», a vari precetti e a vari «valori» costituiti superstiziosamente come cose che, in se stesse, esigono un assoluto riconoscimento. Un esoterista rispetterà invece sempre la sfera della libertà altrui, qualunque sia il senso in cui questa libertà sia usata, una volta che se ne sia presa la responsabilità su di se. Ne, rispetto a se stesso, seguirà un altro criterio. Non predica e si astiene dai «tu devi».

Ciò, in via generale. Naturalmente, le accennate considerazioni in ordine alle norme di condotta si applicano a quelle che possono esser riportate e integrate nelle leggi tradizionali che, come si è detto, avevano un carattere non umano o comunque «sociale», ma dall’alto e verso l’alto. Ma, a tale riguardo devesi mettere bene in risalto un punto: la legge tradizionale ebbe sempre un carattere differenziato, per cui non conobbe un’unica norma, ma diverse norme, in corrispondenza della differenza degli esseri. La norma di vita giusta e lecita per l’uno, poteva non esserlo per l’altro, cosa che apparve in modo particolarmente distino laddove regnò il regime delle caste, che è il più conforme ad un ordinamento tradizionale dall’alto. Così già il carattere democratico e livellatore proprio alla «morale» moderna, che pretende di essere «universalmente valida», basta per destituirla di ogni legittimità. In effetti, lo scopo più immediato delle norme tradizionali per l’agire era il far si che ognuno fosse se stesso, realizzasse se stesso, la sua natura propria. Tale è la nozione indù dello svadharma, tale è il senso della massima ellenica «divieni ciò che sei», tale è, nel Taoismo, nel seguire la propria legge interna, la propria «via», senza intrusione di precetti estranei e di norme stereotipe, che riproduce la stessa «Via de Cielo», la quale non sa ne del «bene» ne del «male». Invece la direzione di efficacia di ciò che oggi si intende per morale è proprio l’opposta: non è il realizzare la propria natura e la propria via, ma più tosto di subordinarla a qualcosa di collettivo, di sociale, di senza volto. E’ stato necessario accennare a questo punto, perché bisogna tenerlo presente anche quando si consideri la legge delle azioni e delle reazioni: le reazioni si accordano alla natura propria di chi agisce e non sono le stesse per tutti i casi. E quando si tradisce la propria norma che sono da attendersi conseguenze, di massima, non favorevoli per lo sviluppo interno.

In sede esoterica e super individuale la legge tradizionale nel senso ora indicato si giustifica così: col realizzare perfettamente la propria natura si realizza anche una posizione centrale rispetto a se stessi, perché la volontà del singolo va allora a collimare con quella che corrisponde al suo incarnarsi in genere, cioè a quella dell’Io trascendentale inteso ad attualizzare, in questo piano di manifestazione, una sua data possibilità. Se la formulazione in termini di mito teologico dovesse riuscire più chiara, si potrebbe dire che col realizzare la propria natura, il singolo realizza la volontà divina che così ha voluto e sposta il suo centro in questa stessa volontà: attraverso la realizzazione della forma si apre così una via verso ciò che sta di la dalla forma e quindi verso la liberazione.

Solo che, a tale riguardo, bisogna respingere le vedute di taluni che qui volentieri parlerebbero di conformità ad un ordine universale, in termini che più o meno permetterebbero di nuovo di introdurre delle vedute «morali». Anzi tutto, come diremo, qui si tratta di una certa prospettiva, che non è l’unica (vi è, parimenti, quella della «via di sinistra»). In secondo luogo, le vie sono multiple , si portano verso l’alto così come verso il basso. Solo l’inconsideratezza di un vuoto razionalismo può presumere di chiudere una tale complessità in una unità comunque accessibile alla mente umana.

Delineato così il senso e le possibilità di ciò che tradizionalmente corrispose alla morale dei moderni, si possono svolgere alcune considerazioni riferentisi all’ambito propriamente iniziatico. Che una morale nel senso corrente non posso trovare applicazione nella via iniziatica, è cosa che va da sé per chi rifletta sul fatto che in questa si tratta di una scienza; e una scienza, come tale , non sa nulla ne di un «bene» ne di «male» ? essa sa solo di leggi che sono quelle che sono, ne buone ne cattive ma semplicemente reali ?, ed essa si sviluppa in una tecnica , il cui valore e la cui possibilità sono da misurarsi soltanto col suo riuscire, attraverso rapporti costanti e determinabili di causa ed effetto. Ciò vale poi in modo più rigoroso se è di magia in un senso specifico ed applicato che si tratta.

Così, quanto ad una specie di «moralizzazione» che, secondo alcuni, sarebbe indispensabile e preliminare condizione per ogni sviluppo trascendentale della personalità, questo è un puro non – senso o, nuovamente, un confondere cose distinte. Certo, a differenza della scienza fisica, nella scienza iniziatica le condizioni da cui procedono alcuni effetti non sono determinismi esterni, che ognuno può raccogliere senza che abbia da compiere un’azione su se stesso; può essere così solo per elementi coadiutori o contingenti (per esempio nell’ambito della magia cerimoniale, del hatha-yoga, ecc.), ma le condizioni essenziali e davvero determinanti hanno relazione con stati e trasformazioni da provocare nello spirito e nelle zone profonde dell’entità umana, direttamente o indirettamente. Così se per «morale» si intende semplicemente ascesi, cioè disciplina, esercizio, azione dello spirito sullo spirito, allora si potrebbe ben dire che la scienza iniziatica implica la «morale», e che questa anzi non ne è una semplice preparazione, ma una parte essenziale. Ma, ripetiamolo, l’uso del termine «morale» può solo confondere le cose, perché, evidentemente, qui si incontrano due punti di vista ben distinti: quello morale afferma che certe cose sono da farsi ed altre no, in via assoluta, per una legge di bene e di male che dovrebbe valere in se stessa; quello iniziatico considera invece un insieme di norme cui si riconosce il solo valore di condizioni tecniche e di strumenti per la realizzazione. Per cui anche quando queste norme in parte collimassero con quelle della morale corrente, e per ragioni affatto diverse che – come si è accennato al principio – che segue la via iniziatica può farle sue. Non è di «moralizzazione», bensì di divinificazione che si tratta. Le parole di Plotino sono appunto: «Non essere un uomo da bene, ma divenire un dio – questo è lo scopo».

Come esemplificazione: dal punto di vista morale si dice: non devi mentire, perché mentire è male, dire la verità è bene. Dal punto di vista iniziatico si farà invece semplicemente presente che la menzogna determina una specie di lesione e di contraddizione nell’unità dell’essere, il che rappresenta una condizione opposta a quella di una qualificazione iniziatica. Come un altro esempio, non si dirà che fare uso di giovani donne è un «peccato», ma si rileverà solo che con ciò, di massima, si dissipa la forza vitale e si da ad essa una polarità poco compatibile con metodi di sviluppo superindividuale, il presupposto dei quali sia la concentrazione e la trasformazione di quella forza. Così, possedendo la conoscenza, si tratta unicamente di sapere ciò che davvero si vuole.

Questo è tutto.

Se un precetto generale iniziatico dovesse esser formulato, si potrebbe parlare di dominare tutto ciò che è passione e irrazionalità dell’anima. Il che va però a colpire non solo le disposizioni «malvagie» ma anche le «buone» se esse, come le prime, hanno radice nell’affettività. Oggettivamente, si tratta di un «cambiamento di livello»: non di reprimere delle disposizioni irrazionali ed impulsive mediante altre opposte si, ma dello stesso genere, bensì di far prevalere il puro principio intellettuale, lo «Zeus in noi», di la dalle une e dalle altre, dalle buone e dalle cattive. L’antico motto ellenico comprese assai distintamente tutto ciò e le sue vedute sul «bene» ebbero meno un carattere «etico» che non ontologico, assai aderente al punto di vista ora accennato. Si sa infatti che ellenicamente il bene fu riferito allo stato di realtà e di perfezione, il male conseguentemente, a ciò che come possibilità confusa, caotica, incapace di compiersi in un atto e in una forma è l’irreale, a ciò che è «alterato», passivo e prostrato dall’elemento «passionale»(1).

(1)L’atto che realizza pienamente se stesso- si legge nel Corpus Hermeticum (VI,1-2) – non ha nulla che gli manchi e che possa completarlo, e il cui desiderio possa renderlo peggiore; non ha nulla che esso possa perdere e che la cui perdita possa dargli tristezza; non ha nulla che lo alteri, per cui possa soggiacere a passione. tale è il bene; e male, invece, è tutto quello che obbedisce alla legge del desiderio, della privazione, della paura e della passione. «Dove vi è passione, il Bene non esiste; e dove vi è il Bene non vi è passione, allo stesso modo che il giorno non è la notte e la notte non è il giorno».

Dal che procede anche un significato della virtù (virtus) del tutto opposto a quello moralistico, significa che si conservò del resto fino al periodo della Rinascenza: virtù come forza, come quella completezza e virilità di forza (virtus e vir, uomo in senso specifico, hanno la stessa radice) che, in via eminente, è qualità di «coloro che sono», dei Compiuti, dei Siddha. Se l’ascesi iniziatica deve comportare una «morale», questa non saprebbe aver per punto di riferimento che vedute del genere.

Aggiungeremo la seguente considerazione.

Nello sviluppo iniziatico vanno distinte due fasi. La prima ha come senso il portarsi dalla periferia al centro, il realizzare questo stato di centralità rispetto a se stessi di cui si è già detto e che iniziaticamente permette di ricongiungersi al principio trascendentale che si manifesta nella personalità umana. A partire da questo punto la realizzazione procede lungo una direzione puramente verticale, ascendente, che implica cambiamenti effettivi di stato, passaggi ad altre modalità del’essere. Ciò che può essere realizzato nella sfera umana può, per contro, esser considerato come un movimento o spostamento di un piano orizzontale. Le due direzioni, orizzontale e verticale, restano discontinue. Nulla segue rispetto alla verticale (che è la direzione dell’iniziazione davvero realizzatrice) dal trovarsi in un punto o nell’altro del piano orizzontale come tale; viceversa, come il moto lungo la verticale non crea spostamento sulla orizzontale, ma per proiezione su di essa ha un punto immobile, così le qualità acquisite nel campo puramente iniziatico posso anche non determinare o rappresentare nulla in termini di valori umani in genere, e «morali» in particolare.

Già in se l’iniziazione – come in altre occasioni si è ricordato – fu sempre concepita come un fatto che prescinde da ogni merito umano e avente un tale carattere di concretezza, che tal volta se ne parlò come di un fatto fisico e materiale quasi quanto la stessa nascita umana. una volta che un tale fatto sia avvenuto, senza che debba accompagnarlo alcuna ragione giustificatrice o dimostrativa, la modalità della coscienza diviene un’altra, da un livello si è passati ad un altro, da un modo di essere ad un modo di essere diverso, privo di relazione col primo(1).

(1)Un detto ermetico che a ciò può applicarsi è che l’oro filosofale è tale, che non si può spenderlo. Un’altra considerazione da farsi, sempre sulla stessa base, è che il termine «superumano» va evitato, nel campo iniziatico e invece di deve usare quello di «non-umano». Infatti il «superuomo» può considerarsi come il limite della qualità, o specie «uomo», laddove un’altra rispetto alla prima complessivamente considerata.

Per questa stessa ragione là dove avvengono azioni in senso discendente, cioè dalla direzione verticale, anche esse trascendono le valutazioni umane. Non è detto, naturalmente, che esse debbano sovvertire le leggi degli uomini. Tutta via non è certo partendo da queste, che le si possano comprendere, se non – e nemmeno sempre – in base a trasposizioni simboliche.

L’azione degli iniziati non segue perciò ne l’altruismo ne l’egoismo, ne il male ne il bene in senso comune. Essa procede da quella «Via del Cielo» che specie l’Estremo Oriente presentì nei caratteri della purità non umana ed elementare propria alle grandi forze di natura e che eventualmente può rivelarsi perfino là dove lo sguardo breve e l’animo vincolato, forse vedrebbero solo sciagura. Del resto, un riflesso parziale di ciò lo si vede nei grandi dominatori della storia, in quegli esseri, che passarono come forze fatidiche, considerando uomini e popoli solo come mezzi presso all’oscura sensazione di avere una missione superiore, a cui per primo la loro persona, la loro tranquillità e la loro felicità dovevano essere subordinate.

Chiuderemo queste precisazioni circa la morale ed esoterismo con delle osservazioni che riguardano specificamente in campo pratico e psicologico. Abbiamo parlato di rapporti di necessità fra cause ed effetti; è evidente però che siffatta necessità in un dominio molto vasto non può avere lo stesso carattere di quella che vige nel mondo fisico. Infatti, nel mondo fisico non si cerca un fondamento per tale necessità: ci si limita a constatare empiricamente che facendo questo, accade questo, perché così è avvenuto in tutti i casi che si sono potuti osservare. Invece nel mondo spirituale ove si svolge il processo dell’autorealizzazione e dell’azione magica, il subire un dato effetto può avere il significato di interferire della propria volontà e della propria via con una forza la cui legge, al di fuori di qualsiasi intenzione, si riafferma su di me ogni qual volta io tenda a violarla. Si tratta dunque, in casi del genere, di un semplice rapporto di intensità, quando la via prescelta è tale da determinare un contrasto con coloro che alcune tradizioni chiamarono i «Reggitori del Fato» e furono considerati anche nell’insegnamento circa il viaggio dell’iniziato attraverso la gerarchia dei Sette o dei Dodici. Cade cosi anche a tale riguardo ogni interpretazione moralistica e si riafferma il puro punto di vista ontologico. Trattandosi sempre di necessità di fatto, e non di diritto, non di cose «proibite» ma solo pericolose e di fronte alle quali ognuno deve prima assicurarsi bene circa quel che può chiedere a se stesso. Ciò porta rilevare in un ambito generale, che è un assurdo che si tocca con mano quello in cui cade Eliphas Levi quando per motto della magia elegge il dogma del più vieto razionalismo, e cioè: «Una cosa non è buona perché voluta da Dio, ma è voluta da Dio perché è buona» - là dove un Al-Ghazâli, anche senza parlar di magia, più sensatamente riconobbe esser solo la volontà di Dio a far si che ad una certa causa segua proprio un certo effetto. Ma nel caso presente entra in questione un piano limitato ove non si tratta del «Dio», al singolare, ma dell’uno o dell’altro ente, anzi di enti collettivi e sempre legati all’ordine naturale.

Diremo dunque che vi è una certa via, la quale differisce da quella accennata nel parlare del liberarsi seguendo e volendo una legge tradizionale; una via, che, in termini indù, non sta nel segno di Vishnu, l’aspetto conservatore della divinità, bensì di Shiva, l’aspetto di attiva e distruttiva trascendenza di essa. Chi segue una tale via, anche soltanto in sede di discipline preliminari, deve comprendere il giusto senso di reazioni che si verificano spesso nell’anima. Molte reazioni, sia di soddisfazione, sia di inquietudine e di tormento della coscienza, vanno interpretate sottilmente, per scoprire chi agisce in esse, invece di seguire l’abitudine dell’uomo comune che le ritiene senz’altro reazioni naturali sue, della sua propria anima.

In effetti, se si agisce partendo dal puro Io, non dovrebbe determinarsi nessuna reazione affettiva, in ordine a ciò che si faccia o non si faccia. Ma comunemente non è così; e qui si riafferma l’interpretazione moralistica, la quale in reazioni del genere vuol riconoscere la «voce della coscienza» e la prova che esiste un senso del bene e del male connaturato nell’anima umana, base della felicità del virtuoso, del tormento del malvagio.

Esotericamente le cose appaiono in modo diverso. E prendiamo subito un caso concreto. Quando, per qualcosa che offenda il proprio sangue o la propria nazione, si reagisce, si tratta di una reazione provocata in me dal «Mane» del proprio sangue, dall’«ente» della propria nazione. E quando, invece, sia io l’offensore – e l’offesa può andare oltre, può raggiungere livelli più profondi e confinare con quanto viene designato ordinariamente come delitto – la reazione di massima avviene egualmente, ma in me contro di me. Donde i fenomeni psicologici appunto della «cattiva coscienza», della inquietudine, di un rimorso che può agire perfino come un’antenna e condurre alla rovina, alla «espiazione della colpa».

Gli Antichi, a tale riguardo, dicevano: Sono le Erinni che perseguitano il reo, sono i Mani e gli Iddii offesi che si vendicano. I moderni, che accusano gli Antichi di far della mitologia, sono invece che ne fanno, ed una anche peggiore, dando significato «morale» a quei fenomeni interni, i quali vanno spiegati invece con l’azione quasi fisica di forze con cui si è andati ad interferire, mentre esse pur mantengono il loro potere in zone più profonde di colui che ha agito.

Perciò nell’ascesi iniziatica si deve prestare particolare attenzione ad una fenomenologia del genere per far luce nel proprio interno e constatare con sguardo calmo e sereno come davvero stanno le cose. O per adeguazione e successivo sganciamento, o per azione diretta, l’Io deve pur porsi il compito di emanciparsi sansârica e in cui dominano variamente gli enti dei pianeti, dei cieli, delle razze, delle credenze e delle istituzioni. Finché questo compito di «denudazione» non sia realizzato e non si possa fare a meno dell’appoggio fornito da queste forze, bisogna pur riconoscere una determinata «legge» e riflettere bene prima di porsi contro di essa; infatti, a parte ogni conseguenza esterna, in tale caso si andrebbe solo ad agire contro una parte di se stessi (contro ciò, da cui non si è ancora in grado di disidentificarsi) e la conseguenza sarà evidentemente e necessariamente uno stato di disorganizzazione e di delacerazione interna equivalente ad un retrocedere del singolo lungo la gerarchia degli esseri, che è contrassegnata da un sempre più alto grado di unità e di interezza. Tutto questo deve essere considerato da chi prende la «via di sinistra», la via ?ivaica, sentendola adeguata alla propria natura; in pari tempo, vale a chiarire su che base agisce la legge del azioni e reazioni concordanti anche nel campo ove si porta l’ascesi iniziatica.

Con ciò crediamo di aver sufficientemente precisato tutto quel che può dirsi circa i rapporti fra esoterismo e morale. Non sarà superfluo accennare che l’indipendenza fra l’uno e l’altra oggi è maggiore che non in precedenti civiltà, per una doppia ragione. In secondo luogo, perché l’uomo moderno si è fatto sempre più uno «sradicato»; i suoi collegamenti con le forze più profonde della vita sono divenuti minimi, anche se nel senso non di una liberazione bensì di un imbastardimento, di un passaggio dal regno della qualità a quello della quantità e del numero. Per un verso, ciò minimizza molte reazioni del genere interno anzidetto, che l’agire anomo del singolo può suscitare. Il male si è che da una simile situazione non si può trarre in menomo vantaggio dal punto di vista iniziatico, per la temibile caduta di livello spirituale che nell’uomo moderno fa da controparte a quel distacco. In ogni modo, la ragion d’essere di alcune norme di condotta raccomandate in civiltà di altro tipo nello stesso àmbito iniziatico, data la differente situazione, risulta relativizzata. Per cui, oggi quanto mai è inconcludente introdurre considerazioni morali, moralistiche e moraleggianti nel campo iniziatico, se è davvero di iniziazione che si tratta, e non come aspirazione, bensì come una possibilità sussistente malgrado tutto.

 


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