LA MAGIA, IL MAESTRO, IL CANTO.

Il «pratico», il «concreto», metafisicamente non esiste.

Il «concreto» esiste in magia: lì si, ma, intendiamoci, concreto sul serio (Oriens docet): lì bisogna mostrare, fare. Ma, strano, chi fa veramente della magia:

  1. Non si sa chi sia, tanto ha cura, anzi, DEVE (assoluto) nascondersi;
  2. Dissuade gli altri dal farne (assoluto);
  3. Se si limita a questo (rarissimo) si chiude, e deve chiudersi, nella cappa di ghiaccio;
  4. Se se ne serve per «qualcos’altro», non se ne parla più.

Ecco: ciò è assoluto. Si dice: l’«occultista» è pericoloso: giustissimo. Non senza un sorriso atticissimo traspongo ciò: infatti l’occultista è, generalmente, una cosa sudicetta assai, in Europa – la sua traccia va dallo spaccamonti al filou, al volgarissimo filou, addirittura al truffatore. Fosse almeno un brigante, un voleurr des grands chemins. Giustissimo. – Quindi, devo dirvi, la Magia in scritti alla portata di chiunque, la vera Magia, ma via, un vero Mago (osservare certi tipi cinesi di poeta-mago sempre rappresentati in solitudine) vi lapiderebbe. Questo per la magia, che è cosa interessante nel suo piano; né da svalutarsi né da disprezzarsi perché implica molto coraggio, molta costanza e molto (soprattutto) pudore. Ciò che ho detto, lo ritengo assoluto. Ma se mi si dicesse: «E se ti leviamo la sedia di sotto?». – Bene, mettiamo l’ultima ipotesi – creperò di paura, griderò: «Averte gladium» – e, ditemi, qu’ est-ce que ?a prouve? Che vi è chi può agire da dietro le cose: benissimo: e poi? Che voi fate viaggetti nel sottile, che fate i rôdeurs de nuit, a mia insaputa: benissimo: e poi? Restate sempre in teatro: e se ci restate sempre, poveri voi, farete i burattinai in perpetuità. E, francamente, il giochetto per poco può andare, poi, generalmente, ti levi di mezzo: questo voi dovreste saperlo meglio di me. La Magia, come Magia, est sans issue (assoluto): se esce fuori, si oltrepassa; hic – dico io – incipit recta via, quella polare … Se scritti, come quello di «Jagla» su Laotze possono scatenare più di una vibrazione serpentinamente accerchiante, mordente, e poi via – il «Tao» è intocco, naturalmente, anche da quello, perché il Tao non si parla, né si moralizza sull’abisso e sulla via d’abisso seminandola di chiodini proditorii per fissare un alone di paura e di scompiglio intorno al benedetto «oculista» - che poi non ha assolutamente da vedere col Tao, dato che il Tao è fuori dal teatro, mentre l’oculista (ammesso che sia un vero mago) è solo dietro le quinte.

Ora, ciò detto, come voi offrite delle possibilità, altri ne offre altre: praticamente una affermazione d’ordine contemplativo può far balzare immediatamente la via a tratti (ed è qualcosa) o come realizzazione. Questo io dico: purché l’affermazione proceda sicura, ne visant à rien, soprattutto a chi pone. Ecco il valore, e non altro, dello scritto tradizionale; o del canto isolato che porta

… Un vero Maestro si pone sempre ad un punto dove tutte le possibilità sono possibili in modo che ciascuno possa poi svilupparle separatamente: l’insieme di queste possibilità forma un fascio divergente e radiante, tentacolare e poliartico, che emana da uno stesso blocco: ciò, seguendo la linea metaforica, potrebbe dirsi «tradizione». Possiamo, per concretare, partire dall’affermazione di Al Ghazâli, che «ci sono tante vie quanti sono i Sufi» e che il vero Maestro è colui che addita a ciascuno la sua via: si ottiene, così, una specie via cosmica, il cui indice di riferimento analogico è il cielo costellato.

Questa, veramente, è la necessità della grande tradizione: e non altro. Il jìvanmukti (1) – (Jìvanmukti da jìva = il vivere, e mukti = liberazione, in opposto al videhamukti, è colui che consegue la liberazione ancor da vivo e la mantiene pur nel suo vivere su di un dato piano del mondo manifestato) è fuori di ciò, ma regge le fila di ciò: potete rendervene conto esattamente passando dal piccolo al grande buddhismo (2) – (Il nostro corrispondente allude al Mahâyâna, o «Scuola del Grance Veicolo», avente, più che il buddhismo ascetico dell’Hìnayâna o «Scuola del Piccolo Veicolo», un indirizzo metafisico.); lì, particolarmente, si è sentita la necessità a cui alludo: l’ha sentita il Tibet, l’ha sentita la Cina, che non potevano accettare il piccolo buddhismo.

Ciò che occorre, è imprimere una direzione nel senso tradizionale, cioè come mutamento di mentalità radicale, effettivo. Non ci si può avvicinare a forme che possono anche coesistere collo stato attuale perché è precisamente questo che si tratta di scardinare. Per esempio, è lo stato attuale che ostruisce ogni possibilità magica, l’arte magica necessitando condizioni particolari che ora, colla civiltà moderna, sono quasi irrealizzabili essendosi quasi perso ogni contatto colle nature elementari che sono più che nascoste se non addirittura scomparse, come sono scomparse le ninfe e i fauni e tutto ciò che l’elemento faceva, una volta, balzare fuori come mito del divenire (spero di parlare a chi penetri fino in fondo, attraverso l’impossibilità assoluta di dire ciò).

Quanto alla pratica: essa non è la descrittiva, cioè l’estetica (etimologicamente) dello stato. La vera pratica realizzatrice consiste nel dare perentoriamente un mezzo breve, assoluto, netto: nel dire p. es. (accenno ad uno dei mille metodi, a cosa che so): «Mormora sino ad ESTINZIONE DI SOFFIO questa parola, e basta». Ma per far ciò ci vuole:

  1. Il Maestro;
  2. L’ambiente fluidici;
  3. L’effluvio – barakah, come si dice nell’Islam;
  4. L’aderenza del fuori-dentro, per la quale per esser preciso prendo uno dei tanti punti di riferimento: visio spiritualis non solum requirit ut anima recipiat ab extra, scilicet a Deo, gratiam et virtutes, sed cooperetur per virtutem propriam.

Tutto ciò, ora manca. Praticamente, che fare? Allargare l’orizzonte: quel che io dico: «purezza verso tutte le tradizioni»: che ognuno dia, per quel che sa, e che da questo vario dare, ciascuno (il lettore) possa tirare il suo filo. E questo è il bene che si può fare, in questo campo, non altro …

Il Maestro ha le mani «piene di doni» e attira, non respinge, non è la solitudine che è contro il tumulto, ma la solitudine che doma il tumulto, solarmente, come la luce ingoia la tenebra di nebbia, solvendola, risolvendola. Ma si dirà: dove sono i mundi corde? Ebbene, fateli: se credete che un’azione possa far ciò, agite: se no, è perfettamente inutile: i lampadafori – nell’Europa attuale – diventano volgarissimi lampioni, e non bisogna fare questo: si deve vedere la fiaccola e non chi la porta – a meno che (ma ciò è così raro, ma io posso saperne qualcosa per un solo che ho conosciuto laggiù) chi la porta possa splendere più della fiaccola, attirare più della fiaccola. Allora il bene è grande, su tutti, su chi può molto e chi può poco e anche su chi non può nulla. Ma allora la voce canta (non idillicamente!) anche quando rugge. Ricordate come canta Milarepa: come si canta anche nell’empito menadico dinanzi alla coppa vuota dell’abisso? (bassorilievi bacchici e soprattutto [li è la Grecia] la figurazione vasale).

Il Maestro è colui che apre le porte e lascia cantare la luce: non solo le Upanishad cantano e i Sufi – ma anche certi terribili Maestri isolati che infrangono tutto e allora – le Néat est un miracle.

 

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Alcuni punti vanno precisati circa queste considerazioni trasmesseci a suo tempo da un nostro corrispondente.

Per primo, ciò che egli dice sui limiti della magia in senso stretto a noi può valere solo come utile chiarificazione. I lettori sanno bene che noi diamo al termine «magia» un senso speciale, più o meno equivalente a via liturgica e iniziatica. Per il resto, già a suo tempo a tale riguardo sono stati dati sufficienti punti di riferimento; così ognuno potrà facilmente orizzontarsi.

E’ esattissimo che la magia in senso stretto, se non deve essere un vicolo cieco, ad un certo punto oltrepassa sé stessa «ed allora comincia la vera via, quella polare». Non è del tutto giusto, invece, dire che «il Tao è fuori dal teatro, mentre il mago, ammesso che sia tale, è solo dietro le quinte». Secondo la verità ultima, che non è quella di una trascendenza unilaterale – e poiché cita il Mahâyâna il nostro corrispondente dovrebbe ben saperlo – il Tao è simultaneamente fuori dal teatro e nel teatro, cosa che vale, in maggiore o minore misura, anche per l’adepto che del Tao ha realizzato davvero la legge.

Un altro punto giusto è che la vera pratica si basa su di un mezzo semplice e perentorio, con cui, una volta che lo si è sentito congeniale e lo si è scelto, ci si deve impegnare sino a fondo, senza cercar altre cose e disperdere le forze. Tutta una «descrittiva» nel senso di indicazione di una fenomenologia può avere anche una sua ragion d’essere, a che chi pratica sappia come comportarsi e come giudicare al manifestarsi dell’uno o dell’altro stato. Quando di fronte a dati risultati sono possibili reazioni diverse, dalle quali dipenderà anzi l’andamento ulteriore del processo, non ci si può limitare al «Fa questo e basta»: è così che, come si è visto, per un fine pratico, l’insegnamento iniziatico dà una certa tal quale descrittiva circa le stesse esperienze dell’oltretomba. – Quando al metodo indicato, come uno dei molti, esso corrisponde alla ripetizione di un «nome divino» o di una certa formula (dhikr), in uso soprattutto nell’Islam; su ciò è stato detto. Sulla misura in cui un Maestro e una «influenza spirituale» (barakah) costituiscono delle condizioni imprescindibili allo stato attuale delle cose, si dirà in una delle successive monografie, parlando dei «limiti della regolarità iniziatica».

Circa il «lasciar cantare la luce», bisogna andar cauti, per la possibilità falsa svolta in un lirismo inconcludente e assai lontano dal piano della «via secca». Si sa che a questa è proprio, piuttosto, il «linguaggio del silenzio». Può essere altrimenti quando la luce non è sotterranea ma portata da tutta una grande tradizione vivente, ad animare ogni forma di sensibilità e di attività umana. Questo è però uno stato che solo in circostanze assai speciali si può ancora risuscitare, se non deve essere semplice «poesia». E’ cosa propria a ciò che il Vico chiamò le «età eroiche».

Infine, quanto all’assurdo relativo al parlare di una magia (o iniziazione) in scritti «alla portata di tutti», esso, in fondo, è relativo, perché, anche con la migliore volontà, scritti del genere non saranno mai alla portata di tutti, secondo il noto detto ermetico: «per far dell’oro bisogna già averne». Se mai, quando è della divulgazione dei metodi di una magia applicata che si tratta, la quistione, posta da alcuni, concerne l’opportunità e la pericolosità in ordine ai pochi (anche in quel campo si tratta sempre di pochi) che possono metterli davvero in azione, non avendone saputo prima. Ma ciò rientra in un campo di semplice responsabilità personale, né più e né meno come nel caso dell’uso che ognuno può fare già di un’arma da fuoco o di un tossico.

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