IL VIAGGIO DI DANTE ALLA LUCE DEI RIMANDI ASTRONOMICINel 1588 Galileo fu interpellato per risolvere un’erudita
disputa inerente alla prima cantica della Divina Commedia. Quanto è grande
l’inferno dantesco, era la domanda a cui lo scienziato doveva trovare una
risposta. È ben noto infatti che non solo la prima cantica ma l’intera opera è
ricca di rimandi geografici, topografici e soprattutto astronomici. I dotti
dell’epoca erano convinti dunque che un astronomo sarebbe stata la persona
giusta per dirimere una simile controversia e l’interpellato Galileo era
convinto che prima di porre mano all’opera, Dante doveva essersi fatto uno
schema delle dimensioni, della forma e della posizione sotterranea
dell’inferno. Nonostante alcune incongruenze ed il fatto che talvolta sia
davvero arduo trovare degli appigli le abili considerazioni portarono lo
scienziato pisano a ricostruire il luogo, secondo la visione dantesca, deputato
allo sconto eterno delle pene. Tali considerazioni finiranno in quel testo che
reca il nome di Due lezioni all’Accademia fiorentina circa la figura, sito e
grandezza dell’inferno di Dante. Ben lungi da noi l’idea di voler emulare
Galileo, tuttavia ci sentiamo vogliosi di ingaggiare una giocosa tenzone,
cercando, sulla scia del Galilei, quegli appigli necessari per determinare i
tempi, oltre ai luoghi, del viaggio del poeta nell’oltretomba. Per dare
coerenza al viaggio sicuramente Dante deve essersi fatto qualche conto e tali e
tanti sono i rimandi, non solo astronomici, che l’autore, oltre ad avere
un’idea abbastanza chiara delle dimensioni, della posizione e della grandezza
dell’inferno, si era preoccupato anche di averne una per la montagna del
Purgatorio, per le sfere celesti (in un contesto aristotelico consolidato) e,
soprattutto, dello scorrere del tempo durante l’intero viaggio. Alcuni passi
danno chiara l’evidenza dell’autore-protagonista di voler spiegare al lettore
la propria posizione. D’altro canto, se è vero quanto afferma Galileo, secondo
cui l’autore aveva fatto in modo che non potessero essere svelati fino in fondo
i ponteggi su cui fondare il poema, per dare modo, forse, ai critici successivi
di affaticarsi per esplicare la struttura, altrettanto si può dire per quanto
riguarda la cronologia del viaggio. L’analisi dei passi astronomici andrà
dunque, di volta in volta, ponderata adeguatamente. Prima di partire con la nostra analisi è necessaria qualche
premessa, magari banale ma doverosa. Occorre ricordare che Dante vive a cavallo
fra il XIII ed il XIV secolo. A quel tempo le arti liberali, cioè dei liberi
cittadini, si dividevano fra Trivio, di ambito umanistico (grammatica, retorica,
dialettica) e Quadrivio, di ambito più scientifico (aritmetica, geometria,
musica, astronomia). Esse costituivano le basi della cultura dell’uomo
medievale, mentre i lavori manuali, fossero stati anche della più avanzata
tecnologia o delle arti plastiche più raffinate, erano considerati azioni degne
di servi o al più dei maniscalchi. Dante, figlio del suo tempo, ebbe una solida formazione
culturale sia nelle discipline umanistiche che in quelle scientifiche che
allora, meno specializzate rispetto ai nostri giorni, non si consideravano così
complementari e quasi antagoniste. Le conoscenze in ambito fisico sono quelle
aristoteliche, con due elementi gravi (terra e acqua) e due lievi (aria e
fuoco), oltre alla quintessenza che permea l’universo con le sue sfere
cristalline. Anche se i cieli sono fatti da sfere concentriche, secondo lo
schema descritto da Aristotele, le computazioni vengono eseguite sulla teoria
tolemaica, fatta di deferenti ed epicicli. Le dimensioni della Terra, ritenuta
sferica, sono un po’ sottostimate. Approssimativamente si poteva pensare ad una
Terra di poco meno di 5600 km di diametro. Le Terre emerse (l’ecumene) che si
estendono per 180° in longitudine sono tutte unite tra loro, in una sorta di
pangea, fatta eccezione per la terra degli antipodi, quella che verrà chiamata
“terra australis nondum cognita” nella quale Dante situa la montagna del
Purgatorio. L’interesse di Dante per l’astronomia è evidente, non
soltanto per i frequenti passaggi presenti nel poema ma anche per altri passi
delle sue opere. Scrive ad esempio nel Convivio: “Questa [l’astronomia] più che
alcune delle sopradette [scienze] è nobile e alta per nobile subietto, che è de
lo movimento del cielo, e alta e nobile per la sua certezza, la quale è senza
difetto, sì come quella che da perfettissimo e regolarissimo principio viene.”
(Cv, XIII, 18). E la scienza del “nobile subietto” è ritenuta così perfetta
e regolare che Dante utilizza gli astri, sia per stabilire le date di
determinati eventi, sia per definire la propria posizione nel ruolo di
personaggio nel corso del viaggio, sia ancora per fornire indicazioni di
orientamento spaziale, sia talvolta per fare sfoggio di un’erudizione
significativamente fuori dal comune. Ma cominciamo a vedere il poema, proprio dal principio, e a
darne un preciso quadro temporale: ”Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi
ritrovai per una selva oscura / che la diritta via era smarrita.” (If 1, 1-3) Anche se tutto il poema ha il sapore profetico Dante non
intende far pronostici sulla sua avventura terrena. Col «mezzo del cammin di
nostra vita» intende dire a metà del cammino della vita media di un uomo. Non a
caso utilizza «nostra», riferito all’umanità, e non «mia». Non è di sicura determinazione la data di nascita di Dante e
spesso la si desume al contrario proprio da questo passo. È comunque
documentata la data di battesimo: 26 marzo 1266. A quell’epoca, l’alta
mortalità infantile congiunta con la paura per il Limbo, induceva a battezzare
i figli appena nati. Dante ci dice di essere nato sotto il segno dei Gemelli.
Anche se questioni inerenti la riforma del calendario potrebbero indurre in
perplessità, senza entrare in dettagli possiamo prendere l’intervallo
convenzionale del 21 maggio - 20 giugno. Appare già singolare che la famiglia
Alighieri abbia atteso circa 10 mesi per battezzare il proprio figlio (con
molta probabilità c’era l’intento di far coincidere la nascita spirituale del
figlio con l’inizio dell’anno civile che cadeva il 25 marzo, giorno
dell’Annunciazione). Ipotizzare una data antecedente il 1265 appare del tutto
fuori luogo. Inoltre Dante ha sicuramente bene in mente la Bibbia che
quantifica la vita media di un uomo pari a 70 anni. Il passo biblico è il Salmo
89-10, 1.2 e che Dante lo conosca lo si desume dal passo IV/ XXIII, 9 del
Convivio: “Là dove sia lo punto sommo di questo arco [della vita], per quella
disaguaglianza che detta è di sopra, è forte da sapere; ma nelli più, io credo,
tra il trentesimo e 'l quarantesimo anno; e io credo che nelli perfettamente
naturati esso ne sia nel trentacinquesimo anno”. Non deve stupire che l’uomo del Medioevo concepisse il
volgere di una vita in 70 anni quando le statistiche parlano di un trentennio
circa. La motivazione risiede sul fatto che l’altissima mortalità infantile e
le frequenti pandemie abbassavano l’età media. Per chi però superava l’infanzia
ed evitava di incappare in pestilenze poteva in effetti sperare in quattordici
buoni lustri. Anche la prematura scomparsa del poeta (morirà nel 1321, a 56
anni, a seguito della malaria che aveva contratto in un viaggio diplomatico
nella laguna veneta) sfiora l’eventualità di morte per pestilenza. Ma torniamo alla questione centrale del discorso. Poiché
Dante considera l’intero ciclo di una vita pari a 70 anni, allora il mezzo del
cammino significa trentacinque anni, ed essendo nato nel 1265, siamo nell’anno
1300. Certo, si potrebbe argomentare anche che il «mezzo» si debba intendere in
maniera generica. Come nel citato passo del Convivio si legge Dante potrebbe
intendere fra 30 e 40 anni. Con solamente questo rimando la data del viaggio
immaginario si restringe all’intervallo compreso fra il 1295 ed il 1305. Alcuni
critici sostengono infatti che l’anno sia il 1301. Non ci esimeremo dal tenerne
conto. In effetti i passi esclusivamente astronomici si conciliano meglio così,
ma esamineremo questi elementi nel corso della trattazione. Ad avvalorare la tesi dell’anno 1300 c’è un passo all’inizio
nel secondo canto del Purgatorio. Durante l’incontro con Casella, l’amico
rivela “se quei che leva [l’Angelo nocchiero] quando e cui li piace, / più
volte m’ha negato esto passaggio, / ché di giusto voler lo suo si face; /
veramente da tre mesi elli ha tolto / chi ha voluto intar con tutta pace.” (Pg
II, 95-99). La possibilità delle anime di cominciare il cammino di
purificazione concessa senza limitazioni da tre mesi a questa parte si
riferisce certamente al Giubileo (il primo nella storia della Chiesa) indetto
da Bonifacio VIII proprio per l’anno 1300. Per essere più precisi la bolla
Antiquorum habet con la quale il papa promulgava il Giubileo è del 22 febbraio
ed il lucro dell’indulgenza andava dal Natale 1299 fino al Natale 1300. In
realtà l’applicazione dell’indulgenze ai fedeli defunti sarà indetta molto più
tardi, solo da Callisto III nel 1457, ma poiché era già credenza consolidata ai
tempi del poeta che l’indulgenza ecclesiastica potesse essere applicata ai
defunti, anche Dante fa sua questa concezione. Poiché il viaggio si svolge,
come vedremo, a primavera il Giubileo era cominciato proprio da tre mesi circa.
Tutto ciò fa dunque presupporre che l’anno sia proprio quello in cui Dante
compie i 35 anni! Stabilito dunque l’anno, passiamo ad analizzare, se ce n’è
possibilità, il mese, il giorno e l’ora. In base ai riferimenti cronologici sparsi nella Commedia si
apprende che il viaggio comincia a primavera e si svolge nel giro di pochi
giorni. La collocazione primaverile si deduce dai seguenti versi: “temp’era dal
principio del mattino / e ‘l Sol montava ‘n su con quelle stelle / ch’erano con
lui quando l’amor divino / mosse di prima quelle cose belle; / si ch’a bene
sperar m’era cagione di quella fiera a la gaetta pelle / l’ora del tempo e la
dolce stagione” (If 1, 37-43). Il muovere quelle cose belle da parte dell’amor divino è un
chiaro riferimento alla creazione. Anche se il vescovo James Ussher (del XVII
secolo), su basi bibliche, porrà la creazione del mondo al 23 ottobre 4004
a.C., alle 9 del mattino, la tradizione biblica medievale, alla quale Dante si
appella, colloca la creazione in primavera. Come non bastasse poco più avanti
si legge «la dolce stagione». Per dare una connotazione precisa possiamo
stabilire, con un simulatore o con calcoli di astronomia sferica, che
l’equinozio ebbe luogo il 13 marzo alle 11:10 TU, mentre il solstizio il 13
giugno alle 22:09 TU, riducendo significativamente la forbice di incertezza
sulla data. Abbiamo già affrontato il problema della localizzazione della selva
oscura e non possiamo sapere dove Dante la volesse collocare, comunque il TU
(tempo universale) è l’orario del fuso orario di Greenwich usato
convenzionalmente dagli astronomi. Se Dante, che ad inizio Trecento viveva
ancora a Firenze, prende per buono il tempo locale dobbiamo aggiungere circa
tre quarti d’ora. Da alcuni passi successivi si evince che il viaggio non può
essere iniziato all’equinozio di primavera, come sostengono alcuni critici, ma
quasi un mese dopo. Uno in particolare, al XXI canto dell’Inferno dà, in un
solo colpo, l’indicazione del giorno, dell’ora e rafforza la tesi che si tratti
dell’anno 1300. “Ier più oltre cinqu’ore che quest’otta, / mille dugento con
sessanta sei / anni compié che qui la via fu rotta” (If 21, 112- 114). Si
tratta di un passo in cui Malacoda, un diavolo, spiega a Dante che il passaggio
è interdetto poiché il ponte è crollato. Appare strano che Dante nell’Inferno,
cioè in uno dei Novissimi della teologia cristiana, metta un’indicazione
temporale così precisa e così terrena. Ad ogni modo egli sta dicendo che ieri
(«ier»), cinque ore avanti rispetto all’ora («otta») attuale, di 1266 anni fa,
questa via si interruppe («la via fu rotta»), cioè il ponte crollò. Poco più
avanti si scoprirà che Malacoda sta mentendo in merito ai ponti crollati, ma se
prendiamo per buona l’affermazione cronologica, visto che il viaggio è
cominciato da poche ore: sono le 10 circa del mattino successivo a quello in
cui Dante, uscito dalla selva oscura, si stava accingendo, all’alba, a salire
su un colle. Infatti dobbiamo tener conto che il ponte è andato distrutto nel
terremoto seguito alla morte di Cristo, avvenuta il Venerdì Santo del 34° anno
ab incarnazione, verso le 15:00, di pomeriggio. Sul fatto che la passione del
Signore sia avvenuta per Dante nell’anno di grazia trentaquattresimo non ci
sono dubbi. Lo si legge infatti anche nel brano del Convivio immediatamente
successivo a quello citato in precedenza per l’età dell’uomo (cfr. Cv IV,
XXXIII, 10). Regge ancora la tradizione secondo cui Cristo è vissuto trentatré
anni e collocando tradizionalmente la nascita per il “Figlio dell’uomo” al 25
dicembre, quando avvenne la Passione non aveva ancora compiuto gli anni. In
definitiva l’indicazione per l’anno è ancora una volta il 1300. Qualche
perplessità sorge invece sul mese e poi sul giorno. Secondo alcuni critici
Dante ritiene che la morte di Cristo risalga al 25 marzo; quindi, durante il
diverbio con Malacoda, dovremmo essere al 26 marzo 1300. Tuttavia Dante si
riferisce al Venerdì Santo dell’anno in corso, il 1300 che, ricordiamolo, è il
primo anno giubilare. Allora, calcolando la data della Pasqua (10 aprile), il
viaggio ebbe inizio il 7 aprile. Infatti, solo al canto precedente, si dice che
“e già ier notte fu la Luna tonda” (If XX, 127). Calcoli astronomici mostrano
che la Luna fu piena il 6 aprile alle 1:55 TU. Questo permette di concludere
che la lugubre esperienza della selva oscura è databile 7 aprile, mentre i due
poeti cominciano a muovere i passi del viaggio vero e proprio solo dopo il
tramonto del Sole («Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno / toglieva gli animai
che sono in terra / da le fatiche loro; e io sol uno / m’apparecchiava a
sostener la guerra / sì del cammino e sì de la pietate che ritrarrà la mente
che non erra» If II, 1-6), quando secondo il computo medievale era già
cominciato il successivo giorno 8. Le cinque ore avanti, infine, fanno
retrocedere le lancette dalle ore 15:00 della morte di Cristo alle presenti ore
10:00. Per precisione si dovrebbero considerare le ore 15:00 sul meridiano di
Gerusalemme. Fra la Toscana e la città palestinese ci sono circa 24° di
longitudine, quindi una differenza di quasi 100 minuti di fuso orario. Quindi
il dialogo con Malacoda dovrebbe essere avvenuto verso le ore 8:20 delle
località sul meridiano fiorentino. Per quanti vogliono collocare il viaggio nel successivo
1301, la Pasqua cadde il 2 aprile, così facendo il Venerdì Santo scivola al 31
marzo. Se questa è la data il giorno precedente la Luna non era affatto piena!
Se invece prendiamo come riferimento la morte del Messia al 25 marzo, adesso è
già il 26 ed il plenilunio è più calzante, essendo occorso il 25 marzo alle
6:20 TU, così facendo tornerebbe il plenilunio, ma non il Venerdì Santo e gli
anni sarebbero non 1266 più spiccioli, bensì 1267 più spiccioli, a meno di non
pensare che Dante seguisse una tradizione diversa in merito agli anni di Cristo,
il che però sembra essere escluso dal passo del Convivio. L’ipotesi più credibile è che si debba pensare a delle
licenze poetiche, per esigenze simboliche, quei rimandi che non concordano.
Apparentemente si nota infatti una residua discordanza anche tra il giorno del
plenilunio, il 6 aprile, e la data di inizio del viaggio oltremondano, l’8
aprile, che invece non vi sarebbe se ponessimo il viaggio nel 1301. Tuttavia
occorre tener presente che Dante dice: «iernotte fu la Luna tonda», non piena. La Luna, per chi
l’osserva ad occhio nudo, rimane tonda per 3 giorni a cavallo del plenilunio.
Dunque il poeta potrebbe intendere genericamente che «ieri», cioè il 7 aprile,
la Luna appariva tonda (come del resto anche il 5 ed il 6), senza
necessariamente riferirsi al giorno del plenilunio. Ci potrebbe essere qualche spiegazione alternativa a tutto
ciò? Dante, scrivendo la Commedia alcuni anni dopo, avrà dovuto eseguire i
calcoli o avrà dovuto attingere a qualche almanacco astronomico per rivedere le
fasi lunari e gli altri fenomeni transienti. Però, che abbia commesso qualche
errore o che l’almanacco presentasse sviste così grossolane ci sembra di
poterlo escludere quasi a priori. Certo rimane un aspetto vago visto che non ci
sono nemmeno esigenze poetiche speciali: «mille dugento con sessanta sei» o
«mille dugento con sessanta cinque» sarebbero entrambi endecasillabi! Anche all’inizio del Purgatorio c’è un’altra incongruenza
che punterebbe ancora sul 1301, ma questa l’esamineremo più avanti. Determinare, infine, l’ora del viaggio ultraterreno del
poeta, in compagnia di Virgilio, è cosa piuttosto semplice. Infatti nel proemio
dell’Inferno si legge: “guardai in alto e vidi le sue spalle [del colle] /
vestite già de’ raggi del pianeta / che mena dritto altrui per ogne calle” (If
1, 16-18). Il «pianeta che mena dritto» è chiaramente il Sole; tralasciamo la
questione cosmologica sul fatto di definire il Sole come pianeta. Nei versi
seguenti troviamo il poeta impegnato con le tre fiere nel passo già citato:
“Temp’era dal principio del mattino”, (If 1, 37) e infine appare Virgilio a
toglierlo d’impiccio. In definitiva, dalle indicazioni astronomiche fornite nel
testo, si deduce che la notte del 7 aprile 1300, Dante, in un luogo non ben
definito, ma ad una distanza angolare di 30° da Gerusalemme, si trova smarrito
in una selva oscura. All’alba del 7 aprile, mentre si accinge a salire su un
colle, incontra tre fiere e successivamente Virgilio che gli si offre come
guida nei regni dell’Inferno e del Purgatorio. Il viaggio, però, comincia
all’imbrunire di quel giorno, visto che il secondo canto comincia con i versi:
“Lo giorno se n’andava e l’aere bruno / toglieva gli animai che sono in terra /
da le fatiche loro; e io sol uno / m’apparecchiava a sostener la guerra / sì
del cammino e sì della pietate, / che ritrarrà la mente che non erra.” (If,II,
1-6). In definitiva gli elementi astronomici inducono a pensare
questo: Dante incomincia il suo viaggio di quello che noi definiremmo giovedì 7
aprile, ma che per Dante è venerdì 8 aprile 1300 nel tardo pomeriggio-sera,
diciamo, tanto per fissare un orario, fra le 18:00 e le 19:00. In alternativa
il 25 marzo (già 26) 1301. E’ difatti ragionevole supporre che «lo giorno se
n’andava» debba riferirsi ad un’ora del crepuscolo civile o al limite nautico.
E qui scatta il cronometro!
Utilizzando un programma come Google earth possiamo portare
alle estreme conseguenze il nostro gioco: dove poteva essere la selva oscura
nella quale Dante si è perso? Non era nelle intenzioni del poeta dare una
precisa localizzazione, tanto più che si tratta di un’allegoria della vita
peccaminosa. Tuttavia, alla luce delle attuali conoscenze geografiche appare
irragionevole che Dante si trovasse a trascorrere dei giorni in Scozia,
Lapponia o Siberia. Poco probabile anche nella foresta equatoriale africana.
L’unico luogo che potrebbe reggere è il Portogallo.
Nel resto della cantica infernale si susseguono numerosi i
riferimenti astronomici, geografici, fisici e sono loro appunto che servirono a
Galileo per congetturare le dimensioni dell’Inferno. Per il nostro ragionamento
conviene invece saltare direttamente agli ultimi versi, grazie ai quali
possiamo dare idea del tempo trascorso da Dante, in compagnia di Virgilio,
nelle viscere della Terra. “Levati sù”, disse ’l maestro, “in piede:/ la via è lunga e
’l cammino è malvagio, / e già il sole a mezza terza riede.”/ […] / e come, in
sì poc’ora / da sera a mane ha fatto il sol tragitto? / […] / Qui è da man,
quando di là è sera. (If, XXXIV, 94-96 / 104-105 / 118). Quando Dante e
Virgilio si scambiano queste battute siamo all’imboccatura della Natural
Burella. All’estremità opposta troveranno il «pertugio tondo» dal quale
torneranno a rivedere le stelle. In fondo al Cocito era sera e Dante si
meraviglia che in un lasso di tempo che gli è sembrato modesto («in sì
poc’ora») sia passato mezzo giorno. Virgilio spiega a Dante quella che oggi
chiameremmo differenza di fuso orario. Fra due luoghi posti agli antipodi ci
sono 12 ore di differenza. L’uscita nel Purgatorio è agli antipodi del luogo
nel quale il poeta è entrato la sera prima; «mezza terza» è una locuzione che
indica la metà della terza ora del giorno (e «riede» significa «ritorna»). Per comprendere questo passo bisogna considerare il modo di
calcolare lo scorrere del tempo nel Basso Medioevo. Allora, come oggi, si
avevano 24 ore, divise fra 12 di notte (dall’Ave Maria della sera concomitante,
alla buona, col tramonto fino all’alba) e 12 ore diurne (dal sorgere del Sole
fino all’Ave Maria della sera successiva). Le due mezze giornate venivano
quindi divise in 12 parti. Così facendo le ore medievali, dette italiche, erano
diseguali. In estate erano lunghe quelle diurne e brevi quelle notturne, in
inverno saranno state brevi quelle diurne e lunghe quelle notturne. Solo in
corrispondenza dell’equinozio saranno state uguali. Il viaggio comincia l’8
aprile e ormai è diventato il 9 aprile. Agli antipodi di Gerusalemme il Sole
sorge alle 16:07 TU e tramonta alle 4:09 TU. Anche se non è chiaro se Dante si
riferisce a Gerusalemme o al punto nel quale sta per uscire (ma non è ancora
arrivato) poiché la differenza è di soli 2 minuti, possiamo considerare in
pratica la durata delle ore pari a 60 minuti (la differenza è di appena 10
secondi ad ora). A metà della terza ora significa che dal tramonto (o dal
sorgere a seconda di quale emisfero si considera, anche se pare più ragionevole
considerare quello del Purgatorio) sono passate due ore e mezzo. Sono dunque le
5:39 TU, che corrispondono alle 8:00 locali, mentre a Gerusalemme sono le
20:00. Se consideriamo l’entrata nell’Inferno alle 18:00 tanto per
fare cifra tonda, la discesa si è compiuta in 26 ore. La risalita comincia alle
8:00 e termina ad un’ora non meglio precisata prima dell’alba, indicativamente
fra le 4:00 e le 5:00. La risalita, nonostante sia in salita e nonostante
l’illuminazione scarsa ed il suolo dissestato (“natural burella / ch’avea mal
suolo e di lume disagio”, If XXXIV, 98- 99) si compie in meno di 21 ore. Il
tempo in meno nella risalita è pienamente giustificabile dal fatto che non ci
sono soste per intrattenersi con i dannati, anzi è Dante stesso a raccontarci
che si incamminano «sanza cura d’aver riposo alcuno» (If XXXIV, 135). Anche
tenendo conto delle dimensioni della Terra come le concepiva il poeta, il
percorso infernale è stato percorso a velocità degne di un bolide di formula 1.
La discesa infatti è stata effettuata ad una velocità media 215 km/h con
numerosissime soste, mentre la risalita a 265 km/h! Sta di fatto che la mattina di domenica 10 aprile1300,
giorno di Pasqua, i due poeti si trovano sulla riva del mare alle pendici della
montagna del Purgatorio. In alternativa tutto ciò avviene il 27 marzo 1301 o il
2 aprile 1301. Tornando a cielo aperto Dante si potrebbe sbizzarrire in
indicazioni astronomiche. Poiché le regole del Purgatorio prevedono che solo
durante il giorno si possa procedere nell’ascesa mentre di notte occorre
fermarsi, i rimandi del poeta sono per lo più legati al Sole, mentre le stelle,
dopo il primo canto, finiscono in secondo piano. Già il 19° verso della cantica
comunque pone una questione astronomica: “Lo bel pianeto che d’amar conforta
[Venere] / faceva tutto rider l’oriente / velando i Pesci ch’erano in sua
scorta” (Pg. I, 19-21). Tutti sappiamo quanto Venere sia luminosa ma di qui a
sostenere che riesca a velare la costellazione ce ne corre! Si tratta di una
iperbole poetica per indicare solamente che il pianeta si trova nei Pesci. Con
un simulatore o con calcoli astronomici si può constatare che nell’aprile 1300
nei Pesci troviamo Marte, mentre Venere, a 36° di longitudine eclittica, è nel
Toro e invisibile prima dell’alba. L’imprecisione astronomica mostra che Dante
immagina concomitanze ideali, per esigenze allegoriche, conferendo al tempo
stesso un’impressione di resoconto vero e proprio di un viaggio scandito nel
tempo e nello spazio, con qualche licenza poetica ogni tanto, quando la
simbologia lo richiede.
I sostenitori del 1301 come anno del viaggio possono
mostrare che nella primavera di quell’anno, effettivamente Venere si trovava
proprio nei Pesci e quindi visibile prima del mattino. La sua longitudine era
di 344°, col Sole a 27°. Può al più questo passo addurre ulteriori dubbi
sull’attendibilità delle effemeridi dantesche, fatte in prima persona o riprese
da altri? Riprendendo ancora una volta in esame le parole dell’amico
Casella, incontrato all’inizio del Purgatorio, qualche sospetto ulteriore viene
senz’altro. Le sue parole farebbero coincidere meglio la data del 25 marzo.
Infatti se i tre mesi di cui parla si riferiscono all’inizio del Giubileo siamo
a tre mesi esatti, se invece ci riferiamo alla bolla, del 22 febbraio, dovremmo
essere al 22 maggio del 1299, il che è assolutamente fuori luogo. Si
tratterebbe pertanto di una migliore concordanza sul giorno e mese e anno, ma
non sull’evento pasquale. Dante dopo avere visto i Pesci a Est volge lo sguardo a
destra (cioè si rivolge a sud) e vede quattro stelle. Sicuramente si tratta di
un’allegoria delle virtù cardinali (prudenza, fortezza, giustizia, temperanza).
Inattendibile che si possa trattare della Croce del Sud, anche se Dante ne
poteva aver avuto notizia da qualche viaggiatore. Oltre tutto le stelle
costituiscono una graziosa costellazione per come sono state raggruppate, ma le
componenti sono solo relativamente luminose: Acrux, la più brillante, è la
tredicesima stella per luminosità. E’ tuttavia un’immagine suggestiva, tanto
più che dice «non viste mai fuor ch’a la prima gente» (Pg I, 27). Per
effetto della precessione degli equinozi la Croce del Sud, infatti, in
antichità era visibile anche dalla Toscana. Un ipotetico abitante che si fosse
alzato di buon mattino di dicembre nel 2000 a.C. avrebbe potuto scorgere la
Croce del Sud appena sopra l’orizzonte, mentre per Gerusalemme occorreva
scorrere di meno indietro nel tempo! Era sufficiente l’XI secolo d.C. Ma riprendiamo il viaggio. L’inizio del secondo canto è
ancora una volta prettamente astronomico. In questo caso il Sole, l’aurora e la
notte personificate servono per dare indicazioni orarie: “Già era ‘l sole a
l’orizzonte giunto / lo cui meridian cerchio coverchia / Ierusalem col suo più
alto punto; / e la Notte, che opposita a lui cerchia, / uscìa di Gange fuor con
le Bilance, / che le caggion di mano quando soverchia, / sì che le bianche e le
vermiglie guance, / là dov’i’ era, de la bella Aurora, / per troppa etade
divenivan rance.” (Pg II, 1-9). Tutta la locuzione è un po’ intricata ma
cerchiamo di venirne a capo. Sono le ore 6:00 del mattino del 10 aprile.
Ricordiamo che il Sole ha raggiunto una declinazione positiva, pertanto alle
6:00, anche se il panorama è dichiaratamente luminoso, per Dante che è
nell’emisfero australe, il Sole non è ancora sorto da sotto l’orizzonte;
approssimativamente è a -2° di altezza ed è giunto all’orizzonte di quel meridiano
che congiunge Gerusalemme col suo punto più alto, cioè lo zenit, mentre la
Notte (personificata) che si muove dello stesso moto, ma diametralmente opposta
al Sole, usciva dal Gange nel segno della Bilancia, che però le cascano di
mano. Siccome il Gange era ritenuto 90° a est di Gerusalemme, quando il Sole è
all’orizzonte di Gerusalemme e del Purgatorio la Notte sorge all’orizzonte est,
esce cioè da Gange. Siamo appena oltre l’equinozio, quindi il Sole sta uscendo
dall’Ariete per entrare in Toro, così come la Notte è congiunta con la Bilancia
ma sta per lasciare il segno ed entrare in Scorpione. La notte lascia il segno
della Bilancia così come una persona che le fa cadere dalle proprie mani. È
questo il senso delle «bilance che le caggion di mano». L’immagine poetica dell’Aurora personificata appare molto
più discutibile. L’orizzonte del primo mattino, prima rosso e poi bianco, non
diventa arancione, caso mai è il contrario: prima è rosso, poi arancione ed
infine bianco. In ogni caso è mattina presto. Sono passate 48 ore dalla
partenza, ma per effetto del cambio di longitudine Dante e Virgilio hanno
guadagnato 12 ore. Passiamo al quarto canto dove troviamo un ulteriore
controverso rimando astronomico: “Li occhi prima drizzai a bassi liti / poscia
li alzai al Sole, e ammirava / che da sinistra n’eravam feriti” (Pg IV, 55-57).
Dante nel primo canto racconta di aver visto Venere e i Pesci ed Est e poi
quattro stelle a Sud. Per questo motivo si deve immaginare che l’uscita dalla
Natural Burella alle falde della montagna del Purgatorio debba aver avuto luogo
a Est, altrimenti la montagna stessa ne avrebbe impedito la vista. Oltre tutto,
essendo Est il punto cardinale del sorgere appare anche allegoricamente logico
pensare all’ascesa, alla purificazione, cominciando proprio da oriente. Così
facendo però il passo citato appare controverso. L’ascesa della montagna verso
il Paradiso Terrestre, posto sulla sommità, viene effettuata girandole intorno
in senso orario o antiorario? I commentatori concordano su un percorso compiuto
in senso antiorario. Siamo in tarda mattinata. Il Sole a sinistra («a sinistra
n’eravam feriti») indica che i due poeti stanno procedendo verso Est-Sud-Est.
All’alba di quel medesimo giorno Dante ha osservato a Sud quattro stelle. Ne
consegue che nel frattempo ha effettuato una rotazione compresa fra 210° e 300°
circa. Siccome sta camminando da meno di cinque ore e ha effettuato numerose
soste per intrattenersi con le anime si dovrebbe supporre una montagna troppo
piccola per accogliere tutte le anime in purificazione. Velocità supersoniche,
mentre nell’Inferno si possono ancora sostenere, appaiono fuori da ogni logica
nel Purgatorio, che nell’immaginazione di Dante, altro non è che la terra degli
antipodi. In teoria si potrebbe anche supporre che la montagna sia
tanto alta sì, ma dal profilo molto affusolato, per cui anche ad essere alla
base sul versante occidentale non sia impedita la vista di buona parte del
cielo orientale. In tal caso avremmo una rotazione compresa fra 30° e 120° che
è decisamente più ragionevole. Ma tale argomentazione a ben vedere non regge,
per le motivazioni allegoriche dette sopra. Sembra molto più ragionevole
immaginare una deviazione locale del cammino, come si conviene ad un sentiero
tortuoso alpestre. Oppure ad un tragitto effettuato in senso orario. Che Dante
rimarchi una sensazione temporanea dovuta ad una deviazione momentanea dalla
traiettoria sembra un po’ strano. Forse, ancora una volta, c’è solamente
l’intento di dare realismo al viaggio che sta intraprendendo. Siamo intanto al mattino del 10 aprile (o 27 marzo, 2
aprile), con Dante e Virgilio in marcia da circa 50 ore. Al XV canto un nuovo rimando: “Vespero là, e qui mezza notte
era / e i raggi ne ferien per mezzo ‘l naso / perché per noi girato era sì ‘l
monte / che già dritti andavamo inver l’occaso” (Pg XV, 6-9). I due poeti
stanno procedendo verso Ovest. Rispetto al passo precedente hanno guadagnato
quasi un intero giro poiché il viaggio in salita, per quanto tortuoso, è fatto
a spirale. Si può notare la “finezza” del verso che inverte il più
ovvio dei sistemi di riferimento dicendo “per noi girato era sì ’l monte”
anziché «avevamo girato il monte» o locuzioni simili. Siamo arrivati al lunedì di Pasqua 11 aprile (28 marzo, 3
aprile), fra le 15:00 e le 18:00. Si farà notte e poi il giorno seguente Dante e Virgilio si
rialzeranno quando ormai è già mattina: “Sù mi levai, e tutti eran già pieni /
de l’alto dì i giron del sacro monte, / e andavam col sol novo a le reni” (Pg
XIX, 37-39). Rispetto a quattro canti prima non c’è un cambiamento sostanziale
di posizione, a meno di non supporre ulteriori deviazioni locali, perché avendo
il Sole del mattino alle spalle («a le reni») stanno ancora procedendo verso
Ovest, anche se forse un lieve incremento si può intuire dal fatto che a
mattina inoltrata il Sole, nell’emisfero australe, è già più spostato verso
Nord. La giornata si conclude al canto ventisettesimo con i versi: “Dritta
salia la via per entro ‘l sasso / verso tal parte ch’io toglieva i raggi /
dinanzi a me del sol ch’era già basso. / E di pochi scaglion levammo i saggi /
che ’l sol corcar, per l’ombra che si spense, / sentimmo dietro e io e li miei
saggi.” (Pg XVII, 64-69). Una perifrasi dei precedenti versi potrebbe suonare
pressappoco: “La strada saliva diritta dentro la pietra [era scavata nella
roccia] nella direzione verso cui facevo ombra del Sole che era già basso
dietro a me. Avevamo fatto pochi scalini che ci accorgemmo che il Sole si era
coricato dietro di me e degli altri poeti [in mia compagnia] per via dell’ombra
che si era spenta”. Siamo al tramonto dell’11 aprile (oppure 28 marzo o 3
aprile 1301), terzo giorno di viaggio. Due giorni dopo, a mezzogiorno, siamo ormai al 13 aprile di
mercoledì dopo Pasqua (oppure 30 marzo 1301, ma che ancora non è Pasqua, o 5
aprile), Dante raggiunge il Paradiso Terrestre e di lì a poco sarà «puro e
disposto a salire alle stelle». Ce lo dice lui stesso, ancora una volta con una
perifrasi astronomica: “E più corusco e con più lenti passi, / teneva il Sole
il cerchio di merigge” (Pg XXXIII 103-104). «Corusco» è un vocabolo che
significa luminoso e i lenti passi sono un rimando ad un moto angolare
apparentemente più lento effettuato in corrispondenza del cerchio meridiano.
Tutto ciò, inequivocabilmente, indica che siamo a mezzogiorno. Di qui a poco
Dante, privo dei peccati che tengono il corpo mortale piantato a terra,
comincia ad ascendere al cielo. Tanto per continuare il gioco possiamo dire che
Dante ascende ma a quanto pare non è toccato dall’aria. Egli infatti percepisce
l’ascesa solo perché Beatrice, incontrata nel Paradiso Terrestre e che ha preso
il ruolo di Virgilio come guida del poeta, a mano a mano che sale nei cieli
diventa sempre più luminosa. Si può concludere allora che l’ascesa deve
avvenire praticamente di moto rettilineo. Ovviamente questa è un’altra
obiezione che anche alla luce delle conoscenze cosmologiche del tempo non
potrebbe reggere, ma non vale la pena di perdersi in simili sottigliezze visto
il nostro primario intendimento volto a dare indicazioni sul passaggio del
tempo durante l’intero tragitto. Entrati nella terza cantica i rimandi astronomici, sempre
molto frequenti, diventano meno precisi per darci indicazioni temporali. Dante
ormai è immerso fra i pianeti e le stelle e le indicazioni orarie vengono ad
essere più vaghe. Tutta l’iconografia è concorde su una rappresentazione nella
quale Dio è posto perpendicolarmente sopra il Paradiso Terrestre e d’altra
parte, abbiamo detto, Dante dovrebbe muoversi di moto rettilineo e forse anche
uniforme. Questa concezione però non può reggere perché in alcuni casi, come
vedremo tra breve, i richiami all’ecumene sono lampanti. Dal momento che nella
concezione aristotelica la Terra è ferma, oltre che al centro, deve essere
Dante a giragli intorno per arrivare dalle parti opposte, grosso modo, a dove
si trovava quando ha cominciato ad ascendere. La salita è immediata, pertanto l’ascesa avviene il 13
aprile a mezzogiorno: sono passati 5 giorni, oppure 126 ore circa da quando è
partito. In questo stesso istante, poiché sopra il Paradiso Terrestre è
mezzogiorno, sopra Gerusalemme, che è agli antipodi, è mezzanotte. Questo fatto
sarà abbastanza importante per la cronologia successiva. L’unico punto di tutto il Paradiso in cui l’ora è abbastanza
chiara, si ha in: “Da l’ora ch’io avea guardato prima, i’ vidi mosso me per
tutto l’arco / che fa dal mezzo al fine il primo clima; / sì ch’io vedea di là
da Gade il varco / folle d’Ulisse, e di qua presso il lito / nel qual si fece
Europa dolce carco. / E più mi fora discoverto il sito / di questa aiuola; ma
’l sol procedea / sotto i mie’ piedi un segno e più partito.” (Pd XXVII 79,
87). Dante ha abbandonato il moto rettilineo ed ha effettuato in cielo una
rotazione di 90°. Ora può vedere il primo clima da metà fino alla fine. Sta
ascendendo verso il Primo Mobile quindi il Sole è sotto i suoi piedi. Questi versi mostrano però una difficoltà astronomica. Il
Sole è nell’Ariete e da quella posizione, vista l’ora, non può illuminare la
Fenicia, terra sui cui lidi fu rapita Europa.
Per risolvere la questione si prospettano due possibilità: o
Dante con la locuzione “presso il lito” intende la Fenicia in maniera assai
approssimativa; o Dante, non ricordando bene il mito citato da Ovidio, ha
confuso il luogo di partenza con quello di arrivo (Creta) che è invece ancora
in luce. In ogni caso fra Creta e la Fenicia si ha il terminatore. Poiché,
approssimativamente, Creta ha una longitudine di 25° Est da Greenwich, mentre
la Fenicia 36°, si deve dedurre che il Sole sta culminando sopra un meridiano
di longitudine compresa fra 54° e 65° Ovest. Siamo dunque fra le 15:36 TU e le
16:20 TU. A Gerusalemme, che ha una longitudine praticamente coincidente con la
Fenicia, siamo fra le 18:00 (inoltrate) e le 18:45 circa. Ma visto che l’ascesa
dal Paradiso Terrestre è cominciata a mezzogiorno, dove a Gerusalemme era
mezzanotte, sono passate altre 18 ore abbondanti. Dall’inizio del viaggio sono
passate 144 ore, si sono conclusi 6 giorni e spiccioli e stiamo per entrare nel
settimo giorno. Anzi, a dire il vero, quando Dante ripassa dall’emisfero
australe verso quello boreale, sappiamo che cambia anche longitudine essendo
dopo 27 canti sopra Cadice. Se dovesse essere passato sopra l’oceano Pacifico,
dovrebbe cambiare anche giorno. Le 12 ore che ha guadagnato passando per
l’Inferno le riperderebbe ora e sarebbe già in pieno settimo giorno. Terminato il viaggio nella porzione fisica di cielo,
troverà, dopo il Primo Mobile, la Candida Rosa ed arriverà finalmente alla
visione dell’«Amor che move il Sole e l’altre stelle». Quanto duri questo lasso
di tempo è impossibile desumerlo dall’opera. Volutamente Dante lascia ogni
riferimento cronologico essendo entrato nella beatitudine eterna e senza tempo.
Si può ipotizzare che il tutto si risolva in pochi minuti, giusto il tempo di
far recitare a S. Bernardo la sua preghiera e poco più, facendo sì che il
viaggio duri 6 giorni (abbondanti), come i giorni occorsi al Signore per
portare a compimento la Creazione che, in qualche modo, Dante compendia.
Oppure, più ragionevolmente, occorrerà una manciata di ore così da arrivare a 7
giorni ed avere una settimana piena. Oppure ancora, ma ci sembra la meno probabile,
più di 24 ore così da intaccare anche l’ottavo giorno che veniva considerato,
proprio come giorno in più rispetto ai giorni della settimana, come il giorno
della pienezza dei tempi; da questo prendevano ispirazione anche gli architetti
che spesso utilizzavano una pianta ottagonale per le chiese. Anche la
costruenda cattedrale di S. Maria del Fiore, a parte le navate, ha una pianta
ottagonale sopra l’altare, sul quale poi Brunelleschi isserà la sua magnifica
cupola. Dante non poteva probabilmente nemmeno immaginare come sarebbe stata
coperta la basilica ma l’impianto ottagonale è molto probabile che l’abbia
visto, prima di essere esiliato. Che dire dunque, giunti anche noi alla fine di questo
viaggio. In base al solo testo non siamo in grado di stabilire altro che un
limite inferiore alla durata del “tour” dantesco. Tale limite è pari a 144 ore,
pari a 6 giorni, o se si preferisce, tenendo conto del cambio di fuso, a 6
giorni e mezzo dalla partenza. Il limite superiore potrebbe essere fissato in 7
oppure 8 giorni come abbiamo detto sopra. L’ipotesi più ragionevole è che tutto
cominci l’8 aprile 1300 verso le 18:00 per terminare il 14, il 15 o al massimo
il 16 aprile. Abbiamo discusso sopra di possibili alternative. Comunque se
il viaggio fosse cominciato il 25 marzo 1301 dovrebbe essersi concluso verso il
31 marzo e sostenendo la partenza al 31 marzo la conclusione è sempre verso il
6, 7 aprile. Sarà occorso dell’altro tempo per ritornare con i piedi per
terra? Certamente sì, ma questa è un’altra storia al di fuori della scansione
temporale della Divina Commedia. Nel lasso di tempo del poema l’autore ha modo
di vedere tutto l’Universo allora conosciuto, superando tutti in fantasia,
visto che riesce nell’impresa di raggiungere l’esatto centro della Terra,
impresa che anche Jules Verne negherà al professor Lidenbrock e compagni nel
“Viaggio al centro della Terra”, non si limiterà a circumnavigare la Luna come
i tre protagonisti, Ardan, Barbicane e Nicholl, di “Intorno alla Luna”, ma al
contrario supererà tutti i cieli e squarcerà la sfera delle stelle fisse come
il viandante protagonista de “L’atmosphere: météorologie populaire” di Camille
Flammarion. Ma mentre il viandante è “fotografato” in quell’istante e nessuno
ci dice se riesce ad andare avanti, Dante lo sopravanza “per giunger là dove
nessuno è mai giunto prima” …meglio dell’astronave di Star Treck. Il tempo trascorso è comunque sufficiente a fare nostre le
perplessità di Venturino Camaiti che in occasione del VI centenario dalla morte
di Dante compose delle poesiole in vernacolo fiorentino che facevano la parodia
al sommo poema: “Mi permette? Dica. Se dormiva, parlava, camminava, insomma a
pari nostro gli era vivo, alla latrina o a tavola un ci andava? Che Dante
unn’era morto è positivo, ma se facea di corpo e se mangiava, ne domandi a i’
dDel Lungo: io non ci arrivo”. Lorenzo Brandi
In occasione del Dantedì: 25 marzo 2021 |
UN PENSIERO DI RINGRAZIAMENTO PER IL TESTAMENTO SPIRTUALE DEL M° SALVATORE MERGÉJ.M. Kremmerz al secolo Ciro Formisano: un altro grande
saggio (raro) della nostra meravigliosa Italia dileggiato dai suoi stessi
ignoranti compatrioti (numerosissimi). Dileggiato lui e diffamato il suo
pensiero. Certo, sì, ma come sempre solo da coloro che non ne hanno mai letto
direttamente una sola riga. Perché se hai letto i suoi scritti non puoi non riconoscere
il suo stile unico. Salvatore Mergé conosceva molto bene sia lui che il suo
stile di scrittura. Ecco perché vale la pena ascoltare il suo testamento
spirituale. Siamo il paese che ha visto Dante esiliato, Leonardo allontanato
e Giordano Bruno bruciato sul rogo. C’è da sorprendersi che si voglia gettare
discredito sul M° Kremmerz e sulle sue opere o, meglio ancora, che se ne voglia
fare l’uso che più fa comodo ai molti presunti discepoli? Un elemento dovrebbe accomunare tutti i ricercatori dello
Spirito unico: il Buon Senso (e lo scrivo in maiuscolo!). Certe pratiche
millantate da inesperti, improvvisati, furbetti di ogni italica sorta e che si
autoproclamano ermetisti dovrebbero dare un solo effetto: il disgusto. Per la
pratica in sé e per quanti le volessero attuare. Ma tant’è. Pensiamo alla bellezza di questa buona novella da
accogliere con immensa gratitudine nei confronti del M° Salvatore Mergé che con
la sua infinita delicatezza ha voluto che si attendessero tempi più maturi per rendere
nota la verità dei fatti. Senza dover essere dei Lorenzo Valla, appare abbastanza
evidente, per chi conosca un po’ lo stile del M° Kremmerz, che quelle pagine
sono scritte da un altro pugno. Né l’animo né la vita vissuta né tantomeno gli
scritti di Ciro Formisano potevano corrompersi con tanta pochezza
intellettuale. Ma lasciamo che “i morti seppelliscano i loro morti” e che
“chi ha orecchie per intendere, intenda”. Grazie M° Salvatore per aver
condiviso con noi l’esperienza e la testimonianza dell’incontro con chi ci ha
riaperto il cuore e lo spirito alla conoscenza ultima della luce myriamica. Morgal
– Un fratello di Hermes LETTERA DI RINGRAZIAMENTO A FIRMA DI UN FRATELLO DI HERMESL’apertura del testamento spirituale di Salvatore Mergè ci aiuta a fare luce sulla vera dimensione dell’ermetismo Kremmerziano, oggi infangata da coloro che vogliono modernizzarne gli insegnamenti per facilitarne e neutralizzarne i contenuti. Ritengo sia giunto il momento di denunciare questo tentativo di sabotaggio che ha radici profonde nel tempo, ma che è giunto a concretizzarsi in questa particolare fase storica, portato avanti da sedicenti gruppi ermetici, i quali propongono pratiche di dubbia moralità, in forte contrasto con gli insegnamenti originali pervenuti alla nostra Schola in modo diretto, senza alcun intermediario, tramite rapporto diretto tra Maestro e discepolo. L’eredità lasciateci da Salvatore Mergè ovvero il concetto di santità come pilastro delle pratiche ermetiche, si pone in perfetta sintonia con quella che il Kremmerz stabilì essere la meta finale della catena Miriamica: La cura degli ammalati. Geniale intuizione di Ciro Formisano fu quella di concepire questo rigoroso percorso iniziatico destinato ad una élite spirituale ed intellettuale di discepoli animati da buona volontà e spirito di sacrificio che tentassero la scalata alle vette dell’animo umano, liberandolo dalle pesanti catene della materia. Occorre denunciare con forza e fermezza, prendendone immediatamente le distanze, tutti quei soggetti che in questi anni hanno svuotato e travisato questo insegnamento, accostando il Kremmerz a pratiche sessuali e stregonerie varie. In questo senso il testamento di Salvatore Mergè va inteso come punto di ripartenza, spartiacque, richiamo all’ordine in questa fase in cui il caos sembra prevalere. Rivolgo quindi un accorato appello a tutti i Fratelli e Sorelle animati da buona volontà ad unirsi a noi, ringraziando il Magister Renato De Angelis per averci fatto questo regalo proprio ora che l’oscurità sembra prevalere, sperando che questa piccola (ma grande) scintilla faccia divampare un incendio d’Amore. I tempi sono maturi. D.D. NOTIZIA STRAORDINARIA !!!Diamo notizia a tutti, che oggi, in data 21 dicembre 2020, abbiamo finalmente aperto il “Testamento spirituale” del Maestro Osirideo Salvatore Mergè (Elis Eliah). Il Maestro Mergè si raccomandò al nipote Renato de Angelis, attuale preside della nostra Schola, di rivelare il suo “Testamento spirituale”, soltanto quando i tempi sarebbero stati maturi e nel giorno del solstizio d’inverno, ricorrendo in quella data anche l’anniversario del suo matrimonio con la cara Florence. Alla luce dei segni dei tempi, ormai visibili e tangibili ovunque a tutti, non potevamo attendere oltre. È giunto il momento che il testamento spirituale del nostro Maestro Salvatore Mergè veda la luce e disperda finalmente le ombre che da novant’anni gravitano intorno alla Fr+ Tm+ di Myriam “e sullo stesso Maestro Giuliano Kremmerz”. Stringiamoci tutti nella preghiera, chiedendo soccorso alla Myriam, Maria, nostra Madre Eterna, Luce nostra, per essere purificati dalla corrente del suo infinito AMORE. Le rivelazioni che il Maestro Salvatore Mergè ci ha riservato a mezzo del suo Testamento spirituale, verranno diffuse a tutti il 2 febbraio prossimo, nel giorno della Luce, giorno nel quale “Maria, in perfetta osservanza di quanto prescritto dalla Legge del popolo eletto, presentò al Tempio il Redentore del Mondo, portatore di Luce”. Attendiamo tutti, con spirito meditativo, gli insegnamenti spirituali che il Maestro Salvatore Mergè ci ha riservato in previsione di questa data divenuta ormai vicina, con la preghiera che ci porti la Vera Luce che tutti agogniamo. Invitiamo gli amici, i Fratelli e le Sorelle di tutte le Accademie kremmerziane, il giorno 2 febbraio prossimo, ad unirsi a noi sul sito della Schola, per condividere questa preziosa occasione di “VERITÀ di Luce trasmessa”, con preghiera di purificazione ringraziamo Myriam di averci donato tanto.
“PACE A TUTTI GLI ESSERI” baciati dalla VERA LUCE. KHEPRI“Gli dèi non sono che manifestazioni dell'Essere Supremo” KHEPRI Animale simbolico: SCARABEO - KHEPER
- KH P R
A parer mio, uno degli animali sacri più affascinanti è lo Scarabeo,
per gli Egizi KHEPERER.
Il suo nome deriva da khpr che vuol dire "scarabeo",
ma nello stesso tempo esplicitava un termine astratto e difficile come il verbo
kheper che in origine significava "nascere
in una determinata forma" e da cui derivò poi "essere,
divenire, sorgere, svilupparsi, trasformarsi". Per questo doppio
significato lo scarabeo venne associato al concetto dell'auto creazione
e della rinascita e considerato una manifestazione del creatore
dell'universo: il dio Khepri, il sole che sorge.
Khepri è una divinità solare egizia. Khepri rappresentava il sole del mattino e, di norma, era
raffigurato come uno scarabeo. L'associazione con il movimento solare deriva, con ogni
probabilità, dall'osservazione della circostanza che lo scarabeo
spinge e fa rotolare con le zampe posteriori palline di sterco la cui sezione circolare è facilmente associabile al sole
(raffigurato come un cerchio). Per tale motivo Khepri è colui che ogni mattina spinge Râ fuori dalla duat (oltretomba) rinnovando la rinascita di Nut. Per tale motivo la divinità rappresenta anche la
trasformazione che l'uomo
subisce nella morte e nella successiva rinascita.
Khepri era rappresentato principalmente come
un intero scarabeo, a volte in una barca solare
tenuta a galla da Nun, anche se in alcuni dipinti tombali e papiri funerari lo ritraevano con la testa, si, di scarabeo ma su un
corpo di sesso maschile. Nelle sue sembianze di scarabeo, egli
era tipicamente raffigurato mentre spingeva ogni giorno il sole
attraverso il cielo oppure mentre lo faceva rotolare in tutta
sicurezza attraverso l'oltretomba egizio, ogni notte.
Come aspetto di Râ, è particolarmente prevalente nella
letteratura funeraria del Nuovo Regno, quando diverse tombe ramessidi nella Valle dei Re vennero decorate con raffigurazioni di
Râ come disco solare contenente immagini di Khepri.
Il Sole nell'aspetto di generatore del mondo è Khepri nella forma dello scarabeo. Khepra, lo scarabeo sacro è privo di femmina;
per generare la sua prole, costruisce una palla con lo sterco di montone;
in essa fa incubare il suo seme; con le sue zampe posteriori, fa rotolare
questa palla da Oriente a Occidente; in modo che lui stesso dall'Oriente
non si allontani. Nello stesso modo, la Terra si muove all'inverso del
corso apparente degli astri; perché una cosa è l'apparenza, e un'altra
il movimento reale. Lo scarabeo sotterra la palla per la durata
di una Luna esatta; covata dalla terra materna, la sua progenie
prende vita in seno allo sterco. Allora senza sbagliare di un giorno, esso
dissotterra la palla e la spinge nell'acqua; quand'essa si apre, ne
esce la sua prole, come Râ, il mattino sorge da Nu,
acqua primordiale di Nut, la notte celeste. Lo scarabeo è nero, come le tenebre
che sono al principio di tutte le cose; e sulle
zampe ha tante dita quanti sono i giorni del mese solare: esattamente trenta. Conta i giorni sulle dita!.... Quanto al suo nome, esso significa divenire e trasformazione.
La natura dello scarabeo è luni-solare. Il suo principale significato è il mutamento che
si realizza attraverso la gestazione, di cui la palla di sterco –
che contiene il germe – rappresenta la natura e il frutto. Le diverse fasi della gestazione sono rappresentate, nei
disegni, con dei colori; la fase principale espressa dallo scarabeo è quella
nera. Prima di arrivare alla sua forma finale alata, lo
scarabeo passa attraverso tre fasi essenziali: di uovo, di larva e di
ninfa.
All'inizio esiste in forma di baco o
larva che non può fare niente fuorché assorbire e digerire cibo; poi
viene tessuto il bozzolo all'interno del quale in assoluta
immobilità e senza alcun nutrimento, si compie la metamorfosi in insetto
alato.
Horapollon descrive tre scarabei venerati dagli Egizi. Lo scarabeo “sacro”, feconda il proprio
germe, lo tiene in gestazione in una palla di sterco (nelle tenebre), che
sotterra dopo averla fatta rotolare camminando all'indietro. Il secondo tipo è consacrato a Iside perché
ha due corna come la falce della Luna. Il terzo, dice Horapollon, ha un corpo unico ed è
consacrato a Thoth-Ermete. Lo scarabeo è consacrato da notevolissimi
simboli:
1. Simbolo solare: con le elitre dispiegate, esso è
l'immagine del Sole nel suo duplice cammino, ascendente e discendente. Quando
sotterra la palla, esso rappresenta “Râ che cala dietro la montagna”. Khepra,
nome dello scarabeo, è il nome del Sole all'alba. 2. Simbolo lunare: ventotto ore di gestazione. 3. Esso simboleggia il principio dell'essere che produce e
realizza da sé le proprie trasformazioni, come indicato dal nome e dalle parole
da cui questo deriva:
kheper = esistere, divenire, prendere forma;
kheprer = che produce da sé la propria
genesi; principio dell'essere che causa da sé le fasi delle proprie
trasformazioni;
khepru = forme, trasformazioni.
Per questo motivo, gli Egiziani mettevano uno scarabeo
sulla mummia all'altezza del cuore. Esso però non rappresentava il cuore carnale, bensì il
cuore psichico, cioè quel cuore sottile che il defunto non deve perdere, e che
subisce la prova dei khepru (trasformazioni). La scelta dello scarabeo come simbolo del Sole e del
suo Divenire è spiegata da Horapollon nel seguente modo: Volendo significare ciò che nasce solo, o il
divenire, o il padre, o il mondo, o l'uomo (il maschio) gli Egiziani
disegnavano o scolpivano uno scarabeo. Ciò che nasce solo, perché questo animale genera sé stesso senza essere
partorito da una femmina. Esso è il solo ad essere generato nel seguente modo: quando il maschio vuole procreare dei piccoli, prende dello
sterco di bue e ne fabbrica una palla avente una forma simile a quella del
mondo. Esso rotola la palla nelle sue parti posteriori dal levante al tramonto,
guardando sé stesso verso il levante, al fine di riprodurre la figura del
mondo: in effetti, questo è portato da Est verso Ovest, mentre il corso degli
astri è diretto dall'Ovest verso Est. Avendo dunque scavato un buco, ne sotterra la sua palla per
28 giorni, cioè il numero di giorni durante i quali la Luna
fa il giro dei 12 segni zodiacali. Nel frattempo che essa dimora sottoterra, la discendenza
degli scarabei prende una forma vivente. Il 29° giorno, avendo scoperto la palla, lo
scarabeo la getta nell'acqua, perché si pensa che quello sia il
giorno della congiunzione della Luna e del Sole e anche quello
della nascita del mondo. Quando la palla si è aperta nell'acqua,
gli animali, cioè gli scarabei, escono. E' evidente che la descrizione della nascita dello scarabeo
fatta da Horapollon ha uno scopo simbolico. La tradizione riguardante lo scarabeo, con il suo
simboleggiare le trasformazioni, il divenire e l'apparizione, e con la sua uscita
dalle acque, può motivare gli apparenti “errori” commessi da Horapollon, nel suo racconto riportando fatti
veritieri associati a leggende. 1°) - E' la femmina dello scarabeo, e non il maschio, che
foggia la palla specialmente destinata a ricoprire l'uovo unico. 2°) - Horapollon capovolge i movimenti degli astri, questo
è giusto se negli astri di cui si parla si comprende la Terra che,
effettivamente, gira da Ovest a Est a parte che il grande Mondo sembri girare
dall'Est verso l'Ovest. 3°) - E' esatto che lo scarabeo sotterra la sua palla in un
buco scavato nel suolo ma Horapollon omette un dettaglio importante: dopo aver
smantellato la sua palla e fatta una cernita minuziosa al fine di toglierne
ogni grossolana particella, lo scarabeo femmina la ricostituisce
e la prepara per riceverne l'uovo unico che, murato nel nido così
minuziosamente scolpito, dovrà schiudersi tutto solo e subire le trasformazioni
successive in verme, poi in ninfa, prima di apparire
alla luce del giorno. 4°) - Horapollon non parla che di una lunazione per la gestazione dello scarabeo, mentre in realtà il tempo che trascorre
tra il sotterramento della palla e l'apparizione della nuova generazione è di 4
lunazioni, cioè una stagione faraonica e non di un mese
lunare. Il primo mese è per la deposizione
dell'uovo e per il suo schiudimento. Il secondo mese corrisponde alla fase durante
la quale il verme ingrossa nutrendosi del contenuto della palla. Durante il terzo mese la ninfa – immagine
riproducente la mummia reale circondata dalle sue bende –
prepara la rinascita. Infine, quando lo scarabeo prende la sua forma finale, la “testa e il
torace sono di un rosso cupo, salvo i denti affumicati di bruno.
L'addome è di un bianco opaco, le ali indurite che coprono le ali
membranose sono di un bianco traslucido, molto debolmente tinte
di giallo …. Questo costume si offusca a gradi per fare posto
all'uniforme nera di ebano.” E' necessario circa un mese
all'armatura di corna per acquisire forma, consistenza e colore definitivo. Ora, secondo J.H. Fabre, 28 giorni rappresentano
la fase ninfale. Nei suoi studi, questa durata è stata l'oggetto di una
attenzione speciale; essa è variabile, ma in limiti ristretti: da 21 a 33
giorni, e la media fornita da una ventina d'anni di osservazioni è
effettivamente di 28 giorni, cosicché, in definitiva Horapollon diceva il vero
…. e trova modo di menzionare a questo proposito la conoscenza dei dodici segni
zodiacali. 5°) - Non è lo scarabeo – come dice Horapollon – che, il
29° giorno, scopre la sua palla e la getta nell'acqua; ma poiché la femmina
l'ha confezionata verso la prima quindicina di Maggio in un terreno secco,
questo deve obbligatoriamente essere inumidito al momento della maturità in
Agosto-Settembre, per permettere lo schiudimento. Quando Horapollon parla della
nascita dello scarabeo che esce dalla palla gettata nell'acqua, egli fa
allusione alla nascita del mondo, cioè ciò che si rapporta al
mistero di Elio dal quale RA, come TOUM, nasce dalle acque primordiali.
Accostando il mito alla realtà, constatiamo che
Agosto-Settembre, periodo dell'apparizione dei nuovi scarabei, - che non può
farsi in Europa a causa delle piogge d'autunno – è in Egitto la data delle
acque alte del Nilo (l'inondazione).
Khepri ha un ruolo
anche nella teologia dell'Ogdoade. Il sacro scarabeo è oggetto di venerazione già nei Testi delle Piramidi, anche se in questi non figura ancora come divinità a sé stante. Il sacerdozio di Heliopolis lo trasformò in divinità solare, e più precisamente nell’aspetto mattiniero del sole: « Io sono Khepri al mattino, Ra a mezzodì e Atum alla sera ». L'astro solare, Khepri, dotato di tutta la sua forza e maestosità, prendeva le forme dello scarabeo in quanto questi andava a simboleggiare il divenire (sorgere, tramontare e risorgere) del disco solare durante il suo ciclo giornaliero. Lo Scarabeo, quindi, simbolo sacro, è considerato dai sacerdoti anche perfetto simbolo dell’interpretazione del ripetersi del giorno e della notte, in analogia con le peculiari caratteristiche biologiche e riproduttive del coleottero. Come lo scarabeo spinge, infatti, in avanti una palla di sterco in cui deporrà le uova e da cui nasceranno le larve, allo stesso modo Khepri, il dio sole (interpretato dallo scarabeo), spingeva il disco solare al mattutino illuminando la terra e spazzando via il buio della notte al sorgere dell’alba. Questa similitudine determinò l'identificazione nello scarabeo della divinità solare, che rinasceva ogni giorno a nuova vita. La figura Khepri-scarabeo è quindi simbolo di rinascita, di vittoria della luce sulle tenebre, del potere generativo e della vita sulla morte. Secondo l'esoterista ed egittologo francese René Adolphe Schwaller de Lubicz, l'instancabile avvicendarsi costante, del lavoro dello scarabeo Khepri, incarna il modello delle forze della natura che sono in continuo movimento e trasformazione. Khepri venne raffigurato in forma umana col simbolo dello scarabeo sul capo, oppure con tale coleottero al posto della testa o anche semplicemente come scarabeo. In quest'ultimo aspetto ornava molti oggetti, veniva impiegato anche negli anelli sigillo o montato in stupendi pettorali e braccialetti.
"Lo scarabeo del cuore" - chiamato così, perché veniva posto sulla mummia
in corrispondenza del cuore - era un amuleto fatto di argilla
smaltata, diaspro o di pietra verde, il colore simbolo della rinascita,
e qualche volta anche di pietra nera (anche questo colore, oltre
a rappresentare la morte e l'oltretomba, era sempre
simbolo di rinascita e di rigenerazione).
Sul retro spesso si può trovare incisa qualche formula dal Libro dei Morti, per esempio dal capitolo XXX: "Dalla madre celeste mi viene il cuore ib,
Khepri incarna il risveglio di un rivoluzionario modo di vedere la vita e di porsi in essa, un approccio creativo completamente svincolato dai classici modelli trasmessi dall'educazione e dalla cultura. Egli è più propriamente l'INTELLIGENZA DEL CUORE, generalmente assopita nella maggior parte degli esseri umani e facilmente confusa con aspetti caratteriali emotivi o buonisti. Tale intelligenza va al di là di parametri specifici con cui poterla identificare dall'esterno; essa emerge in ciascuno di noi a mano a mano che si dissolvono i veli delle proprie false personalità tenute in vita da una moltitudine di paure e attaccamenti. Interessante notare infatti come la prospettiva dello scarabeo visto dall'alto ricordi quello della calotta cranica, custode dell'organo preposto alla ragione umana, così come Khepri lo è dell'intuito.
È a questo tipo d'intelligenza, la ROSA DEL CUORE, nella sua disarmante semplicità, cui tutte le dottrine fanno riferimento come prerogativa per riscoprire la realtà divina dentro di sé. Vorrei concludere questo scritto con una interessante curiosità messa in evidenza da alcuni studi scientifici e che potremmo denominare “Dalle stalle alle stelle”. Gli scarabeidi sono coleotteri molto popolari tra gli entomologi a causa delle loro grandi dimensioni, dei colori brillanti e della loro interessante storia naturale. La specie Scarabeo stercorario è riferita agli scarabei che si nutrono di sterco e che raccolgono questo nutrimento (per conservarlo o per deporvi le uova), facendone delle caratteristiche pallottole che rotolano facilmente sul suolo. La costruzione di palle con capacità rotolante è studiata per poter trasportare più facilmente il cibo verso un nascondiglio. Le pallottole di sterco hanno un doppio utilizzo: servono come riserva di cibo, e come protezione delle uova. Il trasporto dal luogo di raccolta alla tana o nascondiglio è fatto dallo scarabeo seguendo una linea retta, orientandosi, incredibile a dirlo, attraverso la luce emessa dalla via lattea: se nel viaggio incontrano un ostacolo, essi cercano di superarlo scavalcandolo, senza cambiare direzione. Se è vero che, fin dalla notte dei tempi, l'uomo si è orientato seguendo le stelle... com’è che gli scarabei stercorari fanno altrettanto? Un recente studio ha dimostrato che questi coleotteri si orientano proprio seguendo la Via Lattea, un comportamento osservato per la prima volta nell'intero regno animale! Questi insetti prendono come punto di riferimento per i loro spostamenti la brillante striscia luminosa generata dalla nostra galassia, e si spostano lungo la linea corrispondente, come dimostra un esperimento condotto di recente in Sudafrica. “Orientarsi in questo modo è davvero un'impresa, ed è sorprendente che riesca a farlo un animale così piccolo", dice il biologo dell'università svedese di Lund, Eric Warrant, uno dei firmatari della ricerca. Gli studiosi già sapevano che gli scarabei stercorari riuscivano ad allontanarsi lungo un linea retta rilevando uno schema simmetrico di luce polarizzata che appare attorno al sole. Luce polarizzata che noi umani non possiamo vedere, ma gli insetti si, grazie a speciali fotorecettori di cui sono dotati i loro occhi. Se la teoria valeva per il giorno, non era chiaro, invece, quali segnali fossero in grado di utilizzare di notte, considerato che essi riuscivano a spostare le sfere di sterco sempre lungo una linea retta. Gli studi effettuati hanno dimostrato che questi usavano come riferimento la Via Lattea, scoprendo che gli scarabei riuscivano a orientarsi perfettamente sia con un cielo pieno di stelle che solo con la Via Lattea. Ad ulteriore conferma delle loro osservazioni, hanno posto sulla testa dei coleotteri impiegati nello studio una sorta di "visiera" di cartone che impediva loro la visuale del cielo: gli scarabei, perso in questo caso l’orientamento, continuavano a girare attorno senza meta, senza raggiungerla, come riferisce lo studio, pubblicato sulla rivista Current Biology. Dalle stalle alle stelle, potremo dire, considerato il materiale con cui essi hanno quotidianamente a che fare, un ennesimo tassello, questo studio, che si aggiunge al suggestivo mosaico etologico di questo animale, lavoratore forte e attivo tutto l'anno, abituato a faticare da solo o con l'aiuto del partner, sempre con un unico obiettivo: garantire il sostentamento della famiglia.
Dua-Kheti
Bibliografia: Khepri – Miezewau Khepri – Wikipedia HerBak – Cecio – Isha Schwaller de Lubicz HerBak – Discepolo – Isha Schwaller de Lubicz
Egitto – Aton-Ra.com * (Gli egizi credevano che, dopo la
morte, il proprio cuore fosse la prima istanza a giudicare la passata vita
terrena e temevano una testimonianza negativa) |
LISTA ARTICOLI
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- PRESENTAZIONE DELL’ARTICOLO ALCHIMIA SPIRITUALE
- L'UNICO VERO CORPUS HERMETICUM
- COMMENTO ALL'INNO AL SOLE DI GIULIANO KREMMERZ
- L'INNO ALLA CARITA'
- CHE COSA E’ LA FRATELLANZA TERAPEUTICO MAGICA DI MYRIAM?
- TRATTO DALLA CORRISPONDENZA DELLA NOSTRA SCHOLA
- LA COSCIENZA CHE DIVIENE AMORE DI DIO
- UN OMAGGIO AL MAESTRO GIULIANO KREMMERZ
- LUZ, IL NOCCIOLO DELL'IMMORTALITÀ
- ESEMPI DI PRUDENZA E SAGGEZZA
- LA DIMENSIONE TRASCENDENTE È IL CULTO DIVINO.
- DAL LIBRO I FONDAMENTI SPIRITUALI DELLA VITA DEL FILOSOFO VLADIMIR S. SOLOVIEV
- APPENDICE AL TESTAMENTO SPIRITUALE DI SALVATORE MERGÈ SULL’ "ALCHIMIA MATERIALE"
- PREGHIERA A MARIA
- LE MOTIVAZIONI CHE INDUSSERO GIULIANO KREMMERZ A ESCLUDERE I MASSONI DALLA NASCENTE E FUTURA FR+ TM+ DI MYRIAM.
- GALILEO ALL'INFERNO
- CONSIDERAZIONI FRATERNE
- IL VIAGGIO DI DANTE ALLA LUCE DEI RIMANDI ASTRONOMICI
- UN PENSIERO DI RINGRAZIAMENTO PER IL TESTAMENTO SPIRTUALE DEL M° SALVATORE MERGÉ
- LETTERA DI RINGRAZIAMENTO A FIRMA DI UN FRATELLO DI HERMES
- NOTIZIA STRAORDINARIA !!!
- KHEPRI
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- CURIOSITA' ASTRONOMICHE
- IL GENIO
- IL PENSIERO
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- LETTERA A S.S. PAPA FRANCESCO
- MISURARE IL TEMPO IN CHIESA CON IL SOLE
- LETTERA DI RINGRAZIAMENTO E ALCUNE RIFLESSIONI SUL TESTAMENTO SPIRITUALE DI SALVATORE MERGÈ
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- IL TERZO OCCHIO LA GHIANDOLA PINEALE O EPIFISI
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- IGNIZIAZIONE: IL VALORE DELLA PURITÀ
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- LA TAVOLA ZODIACALE - PRIMA PARTE
- MACROCOSMO E MICROCOSMO
- SIMBOLISMO DEGLI ANIMALI SACRI DELL'ANTICO EGITTO
- ASTRONOMIA AD OCCHIO NUDO















